Parte 4: Elena combatte per proteggere sua figlia e il bambino in arrivo mentre uno scontro violento, una fuga disperata e una sconvolgente rivelazione sul citofono minacciano la sua famiglia
Il sangue caldo que manava tra le gambe di Elena continuava a inzuppare il tessuto del vestito, espandendosi sul divano chiaro come una macchia d’inchiostro scuro. Sofia visse quell’istante di terrore puro nell’unico modo in cui una bambina di quattro anni poteva reagire: si immobilizzò, il respiro bloccato in gola, gli occhi sgranati fissi sulla bocca della pistola che le puntava alla tempia.
«Matteo, abbi pietà…», rantolò Elena, cercando di fare scudo al corpo della figlia con il proprio torso, ma ogni minimo movimento le strappava un grido soffocato. La contrazione le serrò l’utero come una morsa di ferro.
Gabriel non si mosse di un millimetro. La sua sagoma torreggiava al centro del salotto, immobile come una statua di sale, gli occhi piantati in quelli del fratello minore. «Non lo farai, Matteo. Non sei mai stato un uomo d’azione. Sei solo un vigliacco che si nasconde dietro i fogli firmati e le siringhe di anestetico.»
«Invece lo farò!», urlò Matteo, la maschera di freddezza che si incrinava per un secondo, rivelando la vena pulsante e gonfia sul lato del collo. «Pensi che permetterò a te e a questo incubo di distruggere dieci anni della mia vita? Non tornerò in prigione, Gabriel! Non per lei, non per te!»
Il cane dell’arma scattò all’indietro con un clic metallico e secco che rimbombò nella stanza come una frustata.
Elena non pensò. Spinta da un’ondata imperiosa di adrenalina che sopraffò perfino il dolore lacerante del travaglio improvviso, allungò la mano sinistra e afferrò con tutta la forza residua il collo del vaso di cristallo sul tavolino di vetro. Con un gesto disperato e cieco, lo scagliò contro le gambe di Matteo.
Il cristallo pesante si frantumò contro i suoi stinchi. Matteo imprecò, distratto per un frazione di secondo dal dolore e dal rumore dell’acqua e dei fiori che si spandevano sul parquet.
Quel secondo bastò a Gabriel.
Si lanciò in avanti con una ferocina animale, impattando contro il torace di Matteo. I due uomini crollarono a terra con un boato sordo, travolgendo la lampada da terra che si spense, gettando la sala in un’ombra parziale, illuminata solo dai lampi della pioggia battezzata sui vetri della finestra.
Elena scivolò fuori dal divano, cadendo sulle ginocchia bagnate dal proprio sangue e dal liquido amniotico. «Sofia! Vieni qui! Vieni dalla mamma!», supplicò a bassa voce, stendendo le braccia tremanti verso la bambina.
Sofia gattonò rapidamente verso di lei, nascondendo il viso nel petto di Elena, le piccole mani aggrappate al collo della madre. Nel frattempo, sul pavimento, i due fratelli lottavano ferocemente. La pistola scivolò sul legno lucido, rotolando fino a fermarsi ai piedi dell’ingresso, a pochi centimetri dalla mano inerte del padre di Elena.
Un lamento soffocato giunse dal corridoio. Il padre di Elena mosse lentamente la testa, aprendo gli occhi appannati di sangue. La sua mano debole e macchiata si allungò d’istinto verso l’arma.
«Papà… no…», sussurrò Elena, mentre un’altra contrazione devastante le piegava la schiena in due. Sentiva chiaramente il corpo spingere, un processo irreversibile avviato dal terrore e dal trauma.
Un colpo sordo e un crack secco risuonarono nel buio della sala. Gabriel si alzò lentamente sopra il corpo immobile di Matteo, che giaceva a terra privo di sensi, il naso spezzato e il volto coperto di sangue. Gabriel respirava affannosamente, recuperando l’arma da terra prima che il padre potesse raggiungerla.
«Dobbiamo andare. Ora», disse Gabriel, avvicinandosi a Elena e prendendola di peso sotto le ascelle. «Elena, devi alzarti. Il tuo medico… la clinica in cui credi di essere al sicuro è una trappola. Tutta la polizia di questa città è pagata da loro.»
«Non posso… il bambino sta nascendo…», pianse lei, aggrappandosi alle sue spalle mentre Sofia si stringeva alla sua gonna. «Gabriel, sento la testa… sta nascendo ora!»
Gabriel la sollevò a fatica, mettendola a sedere sul divano. «Ascoltami bene, Elena. Non c’è tempo. Dobbiamo uscire prima che arrivi la scorta.»
«Quale scorta?», chiese lei, il viso bagnato di lacrime e sudore freddo.
In quel momento, dal display del videocitofono a muro sulla parete della cucina, partì un segnale acustico stridulo. La schermata digitale si accese, mostrando tre auto nere dai vetri oscurati parcheggiate in fila sotto la pioggia nel cortile del palazzo. Dagli veicoli scesero quattro uomini armati con giubbotti tattici privi di distintivi.
Ma non fu quello a far gelare il sangue ad Elena.
Sullo schermo del citofono comparsa la notifica di una chiamata in entrata con un nome registrato nella memoria del sistema. Un nome che Elena conosceva fin da quando era bambina.
Il nome di sua madre, scomparsa dodici anni prima e dichiarata morta.
Il telefono di Matteo, caduto per terra accanto alla credenza, iniziò a squillare contemporaneamente. Sull’addome di Elena, sotto il tessuto bagnato del vestito, il bambino fece un movimento brusco e verso il basso, mentre il citofono scattò automatico, diffondendo nella stanza una voce femminile, impeccabile e del tutto priva di emozione:
«Matteo, abbiamo visto che il segnale del monitor fetale si è alterato. Libera il passaggio. Siamo saliti a prendere il terzo campione.»