Parte 8: Fuggendo tra inganni familiari e sconvolgenti rivelazioni, Aria scopre la vera natura della misteriosa bambina e un oscuro segreto sulle proprie origini prima di ritrovarsi sotto tiro
Il vetro si frantumò in migliaia di frammenti lucenti che mi squarciarono la pelle dei braccia e del viso, ma l’adrenalina soffocò ogni percezione del dolore. Volai nel vuoto per una manciata di metri prima di rovinare pesantemente su un cumulo di sabbia e detriti nel cortile posteriore. L’esplosione non fu un boato di fuoco, ma una sorda decompressone acustica, un’onda d’urto invisibile che fece tremare le fondamenta del magazzino e mandò in frantumi le finestre degli edifici adiacenti. Un fumo denso e lattiginoso iniziò a scaturire dalle crepe del cemento, impregnando l’aria di un odore acido e chimico.
Mi rialzai a fatica, tossendo violentemente, e strinsi la bambina a me. Non piangeva. Continua a guardarmi con quegli occhi neri troppo grandi per il suo viso affilato, incapaci di trasmettere qualsiasi emozione umana.
«Dammela, Aria» disse una voce roca alle mie spalle.
Mi voltai di scatto, il cuore che batteva un ritmo impazzito contro le mie costole. Dalla nube di fumo emerse la sagoma di Matteo, la camicia strappata e intrisa di sangue, ma con uno sguardo implacabile che non aveva nulla dell’uomo ferito di pochi istanti prima. Nella mano destra impugnava una pistola munita di silenziatore.
Tutto quello che mi aveva detto nell’ufficio era una messa in scena per distrarre Filippo.
«Tu…» mormorai, facendo un passo indietro mentre i miei talloni toccavano la rete metallica del recinto. «Non eri tu la vittima.»
«Non ci sono vittime in questa famiglia, solo pedine» rispose Matteo, avanzando con calma snervante. «La chiavetta che hai in mano non contiene un virus. È la chiave d’accesso al caveau biometrico di tuo padre a Ginevra. E la ragazzina… beh, lei non è una bambina, Aria. È il risultato del progetto su cui tua madre ha lavorato negli ultimi dodici anni prima di fingere la sua scomparsa.»
Un freddo glaciale mi attraversò le vene. Abbassai lo sguardo sulla piccola. Le sue mani non tremavano. Sul suo collo, proprio sotto l’attaccatura dei capelli scuri, scorsi un piccolo rilievo metallico, un impianto chirurgico sottocutaneo che pulsava di una debole luce blu.
«Tua madre è viva» continuò Matteo, fermandosi a tre passi da me e sollevando l’arma all’altezza dei miei occhi. «E ti sta aspettando dall’altra parte del confine. Ma per far sì che il piano funzioni, tu non devi arrivare a domani.»
Il suono di un elicottero che sorvolava la zona a bassa quota squarciò l’aria sopra di noi. Un riflettore ad alta intensità illuminò il cortile, accecandomi per un secondo. In quel momento di smarrimento, la piccola sgusciò dalla mia presa con una velocità sovrumana, scagliandosi contro le gambe di Matteo con una forza inaudita per un corpo così minuto.
L’arma di Matteo partì, scagliando un proiettile che perforò la recinzione a pochi centimetri dal mio fianco. L’uomo perse l’equilibrio, cadendo sui detriti mentre la bambina gli strappava la pistola di mano con una precisione chirurgica.
«Corri!» gridò una voce al megafono dall’elicottero. Non era la polizia. Era la voce inconfondibile di mia madre.
Afferrai la bambina per il braccio, trascinandola verso l’uscita del cortile che dava su una stradina secondaria. Le mie gambe si muovevano per inerzia, guidate dal puro istinto di sopravvivenza. Svicolammo tra i vicoli bui del quartiere industriale fino a raggiungere la sponda del canale, dove le luci della città si riflettevano sull’acqua scura e stagnante.
Ci rifugiammo sotto le campate di un ponte di pietra. Ero esausta, il respiro un fischio corto e doloroso. Mi accasciai contro il muro di mattoni umidi, guardando la bambina che se ne stava in piedi a pochi metri da me, la pistola di Matteo stretta nella mano piccola e ferma.
«Chi sei veramente?» le chiesi, la voce tremante.
La piccola non rispose. Con un gesto lento e metodico, tolse il caricatore dall’arma, ne controllò i proiettili e lo reinserì con uno scatto secco. Poi, per la prima volta da quando l’avevo trovata, parlò. La sua voce non era quella di una bambina, ma una traccia vocale sintetica, modulata con la sequenza esatta della voce di mia madre.
«Aria, se stai ascoltando questo messaggio, significa che Matteo e Filippo hanno fallito» disse la bambina, il display del telefono nella mia tasca che ricominciò a illuminarsi da solo. «La chiavetta che porti con te contiene la sequenza di attivazione del mio programma. Ma quello che non sai è che tu non sei la figlia di tuo padre.»
I miei occhi si spalancarono mentre lo schermo dello smartphone mostrava un documento clinico datato ventiquattro anni prima: un certificato di adozione con il mio nome, firmato da un uomo che conoscevo fin troppo bene.
«Tuo padre biologico è l’uomo a cui hai appena sparato nel vicolo» continuò la voce sintetica della bambina. «E l’uomo che stai cercando di salvare non è mai esistito.»
Un rumore di passi sull’asfalto sopra di noi mi fece alzare la testa. Dall’ombra della scalinata che scendeva verso il canale emerse una figura alta, avvolta in un lungo cappotto nero. L’uomo portava una maschera d’argento che gli copriva interamente il volto, ma nella mano destra stringeva un oggetto che fece fermare il mio cuore.
Era il medaglione di mia madre, lo stesso che le avevo visto indossare la mattina della sua scomparsa, ancora macchiato di sangue fresco.
L’uomo mascherato portò una mano alla maschera e la sfilò lentamente, rivelando il volto di mio fratello Filippo, privo di qualsiasi cicatrice.
«È ora di svegliarsi dall’incubo, Aria» disse l’uomo, mentre il telefono nella mia mano iniziava a contare un nuovo conto alla rovescia, e la bambina puntava la pistola direttamente al mio petto.