Una misteriosa donna irrompe nell’attico svelando un oscuro complotto militare tra il padre e il marito di Elena prima che l’intera casa si trasformi in un ascensore sotterraneo

Una misteriosa donna irrompe nell’attico svelando un oscuro complotto militare tra il padre e il marito di Elena prima che l’intera casa si trasformi in un ascensore sotterraneo

 Una misteriosa donna irrompe nell’attico svelando un oscuro complotto militare tra il padre e il marito di Elena prima che l’intera casa si trasformi in un ascensore sotterraneo

Il vetro del pannello laterale tremò con un ronzio stridulo, riflettendo il terrore congelato negli occhi di Sofia. Per un secondo interminabile, nessuno all’interno del soggiorno osò respirare. Fuori non c’era più la voce di suo padre, né il ritmo disperato dei suoi pugni; solo un silenzio innaturale, spesso, interrotto dal sibilo metallico dell’ascensore che ripartiva verso il basso. Poi, un suono secco e metallico scattò proprio al di là del battente di rovere: il grattare inconfondibile di una chiave filiforme che girava nella toppa inferiore. Una serratura di cui nemmeno Elena conosceva l’esistenza.

Matteo sbarrò gli occhi, il colorito del viso che passava dal pallido al grigio cenere. Dimenticando Elena sul divano, scattò in avanti e afferrò Sofia per la salopette, strappandola dal pavimento un istante prima che la pesante porta si spalancasse con un colpo violento.

Sulla soglia non c’era suo padre.

Nella luce fredda del pianerottolo si stagliava una donna con un trench scuro imbevuto di pioggia, i capelli neri raccolti in uno chignon tirato che le evidenziava i zigomi affilati. Nelle mani non aveva armi, ma un piccolo fascicolo in pelle marrone e una busta di plastica trasparente contenente un inalatore per l’asma identico a quello che Elena usava da bambina.

«Sei in ritardo, Matteo», disse la donna con una voce priva di qualsiasi emozione, ignorando del tutto la presenza di Elena. «Tuo suocero è già stato sistemato nell’auto di sotto. Ha collaborato, come previsto.»

Elena si aggrappò al bracciolo del divano, sentendo un crampo doloroso ramificarsi lungo la schiena. «Cosa… cosa gli avete fatto? Dove è mio padre?» la sua voce uscì come un sussurro spezzato.

La sconosciuta fece un passo all’interno dell’appartamento, i suoi stivali in pelle lasciando impronte bagnate sul marmo lucido. Posò lo sguardo sul pancione di Elena, poi sugli occhi sbarrati di Matteo, che continuava a tenere Sofia stretta al petto come uno scudo.

«La finzione è finita, Elena», disse la donna, estraendo dal fascicolo una fotografia in bianco e nero e lanciandola sul tavolino di vetro. «Tuo padre non è venuto qui per salvarti da tuo marito. È venuto a riprendersi il campionatore di sangue che Matteo ha rubato dal laboratorio tre ore fa.»

Elena abbassò gli occhi sulla fotografia. Ritraeva Matteo, cinque anni prima, con un’uniforme militare diversa da qualsiasi corpo conoscesse, stringendo la mano proprio a suo padre davanti a una struttura sotterranea recintata. Ma non fu quello a farle gelare il sangue. Sulla manica della giacca di suo padre nella foto c’era lo stesso identico tatuaggio che Matteo aveva nascosto sotto la pelle del polso sinistro.

Il buio fuori dalla vetrata dell’attico venne improvvisamente squarciato da un lampo rosso e blu, mentre le sirene di tre gazzelle della Polizia risuonavano dalla strada sottostante, bloccando ogni via di fuga.

Matteo indietreggiò lentamente verso il corridoio interno, la voce ridotta a un rantolo terrificante: «Elena, non guardarla. Prendi Sofia e va’ nella stanza antipanico. Adesso!»

«Non c’è nessuna stanza antipanico, Matteo», interruppe la donna con un sorriso freddo e privo di luce. Raggiunse la tasca interna del trench ed estrasse un piccolo telecomando nero. «Il segnale nel tuo addome è già attivo. Se non mi consegni la bambina entro dieci secondi, il sensore che tuo suocero ti ha impiantato all’insaputa di tua moglie farà il suo lavoro.»

Elena si alzò di scatto, la rabbia che vinceva momentaneamente sul dolore fisico. «Sofia non si tocca! Chi sei tu?»

La donna non la guardò nemmeno. Iniziò il conteggio con tono monotono. «Tre. Due…»

Matteo cadde in ginocchio sul marmo con un gemito soffocato, lasciando andare la piccola Sofia che ruzzolò a terra piangendo. Si portò le mani al fianco sinistro, piegandosi in due mentre una macchia scura di sangue cominciava a permeare la sua maglia verde oliva, proprio sopra una cicatrice che Elena non gli aveva mai visto prima.

Sofia, terrorizzata dal padre a terra, corse non verso la porta, ma verso il corridoio delle camere. Elena si scagliò in avanti per intercettarla, ma la sconosciuta fu più veloce: le sbarrò la strada afferrando Elena per il collo dell’abito in maglia e spingendola con forza contro la parete.

«Ascoltami bene, Elena», sussurrò la donna all’orecchio di Elena, mentre fuori il suono delle sirene si spegneva improvvisamente, sostituito da un silenzio ancora più letale. «Tu credi che tuo figlio nascerà in un ospedale. Ma la casa in cui hai vissuto negli ultimi tre anni non è un attico. È una cella di isolamento, e l’uomo che hai sposato era la tua guardia carceraria.»

Con un ultimo strappo di forza, Elena spinse via la donna e si voltò verso il corridoio per inseguire la figlia. Ma la porta della camera da letto si chiuse con un tonfo metallico automatico. Dall’interno della stanza non arrivava il pianto di Sofia, ma una voce sintetica e diffusa dagli altoparlanti integrati nel soffitto dell’attico:

Soggetto 04 identificato. Sequenza di estrazione avviata.

Nel frattempo, sul pavimento del soggiorno, Matteo smise di contorcersi. Si alzò lentamente in piedi, la macchia di sangue sul suo fianco che smetteva miracolosamente di allargarsi. Si voltò verso Elena, la sua espressione completamente svuotata di qualsiasi traccia di panico, amore o pentimento.

I suoi occhi erano freddi come il marmo sotto i loro piedi.

«Mi dispiace, Elena», disse Matteo con una voce piatta, mai sentita prima. «La tua gravidanza è arrivata al termine della Fase Uno.»

Dalla toppa della porta d’ingresso principale, ancora spalancata, la mano guantata di suo padre apparve improvvisamente sul bordo del telaio, insanguinata, mentre la sua voce debole rantolava dall’esterno: «Elena… non toccare l’interruttore… la casa è cablata per…»

Un’esplosione di luce bianca accecante e un ronzio ad alta frequenza saturarono l’aria, e l’intero pavimento dell’attico cominciò a tremare e a scendere verso il basso come un enorme ascensore industriale.

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