Parte 8: Scontro fatale nel bunker segreto tra sconcertanti verità genetiche, l’assimilazione biomeccanica di Mei e l’avvio del conto alla rovescia per l’autodistruzione
Un’ombra alta si stagliò contro il bagliore rosso dell’allarme, proiettando una sagoma distorta sul pavimento di grigliato metallico. Portai le mani alla pancia, dove quel doppio battito asincrono stava trasformando ogni contrazione in una scossa elettrica che mi saliva lungo la spina dorsale. I rilievi argentei sulle mie braccia brillavano flebilmente al buio, pulsando allo stesso ritmo del meccanismo nascosto dentro di me.
«Non fare un solo passo,» ringhiai, afferrando un bisturi d’acciaio dal tavolo di plexiglas. La mia voce era sconosciuta, graffiante, impregnata di una rabbia primordiale che non mi apparteneva.
L’uscita dall’ombra fu lenta, quasi teatrale. Dalle tenebre emerse una donna sulla cinquantina, abbigliata con un camice da laboratorio imbrattato di sangue secco. Aveva i capelli grigi raccolti in una crocchia rigida e un occhio coperto da una placca metallica innestata direttamente nel cranio. Sul petto portava un tesserino magnetico con il logo della Divisione e un nome: Dr.ssa Elena Vance.
«Abbassa quell’utensile, Mei,» disse la donna con una calma glaciale, mentre il suo occhio cibernetico emetteva un ronzio sommesso, mettendo a fuoco la mia figura. «Se recidi la tua arteria femorale ora, il circuito di contenimento nel tuo grembo andrà in corto circuito. E ti assicuro che la detonazione termica ridurrà questo bunker in polvere.»
«Chi sei? E cos’è questo posto?» urlai, indietreggiando finché le mie spalle non toccarono la parete fredda del laboratorio. Il display dello schermo continuo a lampeggiare alle mie spalle: Paziente 00 — Clona Madre.
«Questo è il luogo dove sei nata,» rispose la dottoressa Vance, facendo un passo verso di me. «E l’uomo con il tuo volto, lassù, non è solo tuo fratello. È la prima versione riuscita del progetto. Tu eri il prototipo imperfetto, conservato fino a quando il tuo corpo non è diventato abbastanza maturo per fondere la genetica umana con il nucleo quantico che porti dentro.»
Un tonfo sordo rimbombò sopra le nostre teste. Il soffitto spolverò ruggine e calcinacci sui nostri vestiti. Sopra di noi, la squadra d’assalto stava usando cariche di profondità per sfondare la botola d’acciaio. Marco era là fuori, catturato o peggio, e il tempo a nostra disposizione stava esaurendosi ad ogni secondo.
«Marco sapeva tutto,» disse la dottoressa, fermandosi a due metri da me e incrociando le mani dietro la schiena. «Pensi che ti abbia amata? Ti ha inseguita perché era l’unico modo per recuperare il dispositivo. Il suo compito era portarti qui prima che il secondo battito prendesse il sopravvento sulla tua fisiologia.»
«Bugiarda!» ruggii, ma dentro di me la certezza cominciò a scricchiolare. Le immagini degli ultimi mesi si sovrapposero nella mia mente: i suoi sguardi assenti, le sue sparizioni improvvise, la freddezza con cui mi aveva rivelato la presenza del feto biomeccanico.
La dottoressa estrasse da una tasca del camice un piccolo telecomando di vetro trasparente e lo puntò verso lo schermo. Le immagini dell’ecografia cambiarono, mostrando un diagramma tridimensionale del mio addome. La creatura biologica era avvolta attorno al nucleo metallico, le cui terminazioni nervose sintetiche si stavano innestando direttamente nella mia colonna vertebrale.
«Se non procediamo all’estrazione immediata,» continuò la Vance, «il nucleo assorbirà completamente il feto umano per alimentare la sua prima fase di accensione. Entro dieci minuti, non sarai più la madre di un bambino, ma il guscio di un’intelligenza bellica autonoma.»
Un altro boato squarciò il silenzio. La piastra della botola in alto cedette con un stridio tremendo, e il suono di scarponi metallici sulla scala a chiocciola risuonò nel corridoio. I mercenari erano dentro.
«Decidi subito, Mei,» disse la Vance, allungando una mano verso di me. «O vieni sul tavolo operatorio, o lascio che tuo fratello ti smantelli pezzo per pezzo.»
In quel preciso istante, il mio ventre fu trafitto da una fitta di dolore così devastante che caddi in ginocchio, lasciando cadere il bisturi. Il battito metallico aumentò di frequenza, diventando un ronzio acuto che mandò in cortocircuito le luci d’emergenza della stanza, facendoci piombare nell’oscurità quasi totale.
Sotto la mia pelle, le linee argentei si propagarono a grande velocità, risalendo lungo il collo fino al mio viso. Una sensazione di forza inaudita, sconosciuta e terrorizzante, invase i miei muscoli. Mi rialzai lentamente, senza la guida della mia volontà. Il mio braccio destro si mosse da solo, scattando con una velocità disumana verso la gola della dottoressa Vance e stringendola in una presa morsa d’acciaio.
«Io… non sono il tuo guscio,» articolò la mia bocca, ma la voce che uscì dai miei polmoni era doppia, sovrapposta a una frequenza sintetica e metallica.
Dall’entrata del laboratorio emersero le sagome dei mercenari, con le torce puntate su di noi. Al centro del gruppo c’era mio fratello, la versione maschile di me stesso, con un sorriso crudele dipinto sul volto e il fucile spianato.
«Affascinante,» disse mio fratello, facendo un passo avanti e osservando le mie braccia coperte di filamenti lucenti. «Il processo di assimilazione è già al sessanta per cento. Abbattete la dottoressa, ma tenete la cavia in vita.»
I soldati sollevarono le armi. La dottoressa Vance, soffocando nella mia presa, riuscì a premere un pulsante rosso sul telecomando di vetro che teneva ancora in mano.
Dalle pareti del laboratorio scesero istantaneamente paratie blindate che isolarono il blocco operatorio, ma un secondo prima che la chiusura fosse completa, un proiettile trapassò la spalla della dottoressa, facendola crollare a terra in una vasca di sangue.
Rimasi sola nella stanza sigillata, con il corpo immobile e il battito metallico che ormai aveva completamente oscurato quello del bambino biologico. Sullo schermo a parete, una nuova scritta rossa cominciò a lampeggiare, accompagnata dal suono di una sirena d’allarme interna: Sequenza di Autodistruzione Iniziata. Sequenza di Nascita Forzata in corso: 03 minuti al completamento.
In quel momento, dal pavimento sotto i miei piedi, una botola secondaria si spalancò con una scarica di vapore denso, e una mano insanguinata emerse dall’oscurità afferrandomi la caviglia.