Parte 6: Il ritorno inatteso di Ginevra e la sconvolgente verità sulle origini della bambina scuotono la casa mentre un commando armato irrompe per rapire Clara
Il display del telefono continuava a lampeggiare sul pavimento, proiettando una luce verdastra e spettrale sulle schegge di vetro sparse ovunque. Marco si è precipitato carponi, incurante del sangue che cominciava a colargli da un taglio sul ginocchio, e ha premuto il tasto verde di risposta senza smettere di tremare. Dallo speaker non è uscita la voce di un ricattatore comune, ma il respiro pesante e familiare di Ginevra, la sorella che tutti davano per dispersa in mare da oltre dieci anni. “Non dovevi fidarti di Elena, fratellino,” ha sussurrato la voce metallica, distorta ma inconfondibile nella cadenza. “La casa è circondata. Se provate a fare un solo passo fuori, la bambina muore adesso.”
Clara ha trattenuto un urlo, stringendosi le mani intorno alla bocca per soffocare i singhiozzi mentre il terrore le paralizzava le membra. Elena, intanto, si era rialzata carponi da dietro il divano, il trucco colato sulle guance e gli occhi sgranati in un lampo di furia cieca. Con uno scatto fulmineo, la donna ha estratto un piccolo coltello a serramanico dalla fodera degli stivali, puntandolo direttamente alla gola di Clara, che non aveva avuto il tempo di allontanarsi. “Fermati, Marco! Chiudi quella chiamata o le taglio la giugulare in mezzo secondo!” ha urlato Elena, la voce ormai ridotta a un sibilo strozzato. “Nessuno deve parlare con Ginevra. Nessuno! Lei non deve sapere la verità su quel testamento!”
L’intruso con il passamontagna non ha battuto ciglio di fronte alla minaccia di Elena; al contrario, ha fatto un passo avanti, ha afferrato il colletto della giacca della donna con una sola mano e l’ha sollevata di peso, disarmandola con una torsione secca del polso che ha fatto volare il coltello dall’altra parte della stanza. “Il capo ha cambiato i piani,” ha ringhiato l’uomo, premendo la canna della pistola direttamente sotto il mento di Elena. “Il testamento non serve più a nulla ora che abbiamo la chiave della cassetta di sicurezza nel caveau della banca centrale. E la bambina… beh, la bambina non è mai stata figlia di Clara.”
Un silenzio irreale è piombato nel soggiorno, rotolato via solo dal ticchettio regolare dell’orologio a pendolo alla parete e dal fruscio del vento che entrava dalla finestra sfondata. Marco ha lasciato cadere il telefono, con lo schermo ancora acceso che mostrava l’immagine fissa del mirino laser puntato sulla fronte della bambina nel cortile della scuola. “Cosa hai appena detto?” ha chiesto Marco, la voce svuotata di ogni timbro umano, lo sguardo fisso nel vuoto. “Ripeti quello che hai detto su mia figlia.”
“Tua figlia non è Clara la madre biologica,” ha risposto l’uomo, spingendo con più forza la pistola contro la gola di Elena, che rideva istericamente nonostante il piombo a pochi millimetri dalla pelle. “Quella bambina è nata dalla relazione segreta tra Ginevra e tuo padre. E la casa in cui vi trovate adesso è stata costruita interamente con i soldi sottratti al fondo fiduciario che le appartiene per legge.”
Prima che Marco potesse metabolizzare la rivelazione, i fari abbaglianti di un fuoristrada nero hanno invaso la stanza attraverso le ampie vetrate del balcone, accompagnati dal rombo assordante di un motore truccato che ha sfondato il cancello d’ingresso. Le portiere si sono aperte simultaneamente e quattro sagome incappucciate sono penetrate in casa con armi automatiche spianate, gridando ordini in una lingua straniera. L’uomo con il passamontagna nero ha abbassato l’arma, ha fatto un cenno ai nuovi arrivati e ha afferrato Clara per un braccio, strattonandola brutalmente verso l’uscita. “Vieni con noi, signora,” ha detto l’intruso mentre la trascinava oltre la soglia, mentre Elena veniva legata stretta a una sedia con una fascetta di plastica. “La vera festa comincia adesso, e tu sei l’ospite d’onore.”