Parte 5: La scoperta choc e il tradimento di Matteo svelano una trappola mortale ordita dal padre, mentre Aria e sua figlia si ritrovano in ostaggio nel vicolo senza via d’uscita
Mi mancò la terra sotto i piedi, la nausea mi salì alla bocca in un’ondata acida che quasi mi fece soffocare. Non era stato un agguato casuale, non c’era alcuna vendetta familiare dietro quella violenza cieca. Tutto era stato orchestrato nei minimi dettagli, una recita grottesca in cui io ero stata l’unica a credere al copione. Sbattei le palpebre contro lo schermo, incapace di distogliere lo sguardo da quel marito che avevo amato, dal volto che conoscevo meglio del mio, ora irriconoscibile nella sua totale assenza di umanità.
«Stai zitta, amore mio, per favore» sussurrai alla bambina, premendola contro il mio petto con una forza tale che le ossicine parvero lamentarsi, mentre cercavo disperatamente una via d’uscita da quel vicolo cieco.
Il suono di passi pesanti che calpestavano i vetri rotti all’imbocco del vicolo mi congelò il sangue nelle vene. Non erano gli aggressori del SUV, o forse lo erano, ma avanzavano con una calma metodica che faceva molta più paura della corsa scomposta. I tacchi di scarpe lucide risuonavano sul selciato, accompagnati da un fruscio di stoffa costosa. Trattenni il fiato, indietreggiando fino a premere la schiena contro i mattoni gelidi del muro.
Dall’ombra dell’angolo sbucò una figura elegante, avvolta in un cappotto di cachemire scuro che stonava completamente con la sporcizia di quel budello urbano. Un uomo dai capelli brizzolati e dallo sguardo tagliente come una lama si fermò a pochi metri da me, le mani composte davanti ai pantaloni sartoriali. Non aveva l’aspetto di un sicario, ma il sorriso sottile che gli increspava le labbra era il ritratto esatto della crudeltà.
«Hai la stoffa di tua madre, Aria» disse l’uomo con un tono di voce vellutato che raggelò l’aria intorno a noi. «Pensavo ci avresti messo più tempo a capire il meccanismo. Ma d’altronde, i geni non mentono mai.»
«Chi sei tu?» esclamai, stringendo la piccola nella presa mentre le mie dita cercavano disperatamente un oggetto qualsiasi nella borsa per difendermi. «Lasciaci in pace! Cosa volete da mia figlia?»
L’uomo fece un passo avanti, incurante del fango che macchiava le sue scarpe di pelle italiana. I suoi occhi chiari scrutarono la neonata con un interesse clinico, quasi stesse esaminando un campione di laboratorio. «Tua figlia non appartiene a te, Aria. E non appartiene nemmeno a Matteo. Quella bambina è l’unico collegamento genetico rimasto per attivare il trust finanziario che tuo padre ha nascosto in Svizzera prima di inscenare la sua finta morte.»
Un dolore acuto mi perforò il petto, un misto di tradimento e disperazione che mi tolse ogni residua forza. Mio padre non era tornato per proteggermi; era stato lui il burattinaio di tutto quel incubo, l’architetto della mia rovina. Prima che potessi formulare una risposta, il monitor nella mia mano vibrò violentemente, emettendo un segnale acustico intermittente che indicava una nuova connessione in arrivo.
Lo schermo si aggiornò da solo, spegnendo l’immagine dell’attico di Matteo e mostrando invece la telecamera di sicurezza del vicolo in cui mi trovavo. Ma la visuale non era ripresa dall’alto. Era puntata direttamente sulla mia schiena, alle mie spalle, a meno di tre metri di distanza.
Un lampo di pura follia mi attraversò la mente mentre realizzavo che la telecamera non era fissa sul muro, ma si muoveva. Qualcuno era nascosto dietro il cassonetto dei rifiuti industriali, proprio alla fine del vicolo, e ci stava inquadrando in quel preciso istante.
«Non voltarti» sussurrò l’uomo elegante di fronte a me, estraendo lentamente una pistola con silenziatore dalla tasca del cappotto e puntandola dritta contro il mio viso. «Se fai un solo movimento falso, la persona che sta riprendendo ogni tuo respiro premerà il grilletto per eliminare l’ultima testimone.»