Parte 4: Aria scopre l’oscura rete di inganni ordita dalla sua famiglia tra finti ferimenti, gravidanze pilotate e la sconvolgente rivelazione dell’esistenza di una sorella gemella
Il gelo che mi pervase in quell’istante non aveva nulla a che fare con la pioggia che iniziava a cadere battente sul vicolo. Rimasi immobile, incatenata allo schermo di quel monitor, mentre la figura di Matteo – l’uomo per cui avevo temuto, l’uomo che amavo – si muoveva sul display con una precisione chirurgica e priva di qualsiasi emozione. Non c’era sangue vero sulla sua schiena. Non c’era stata alcuna aggressione. Tutto ciò a cui avevo assistito era stato un saggio di recitazione orchestra nei minimi dettagli.
«Ha con sé la bambina?» chiedeva la voce di Eleonora attraverso lo altoparlante del piccolo dispositivo, ora morbida e distaccata, priva di quella rabbia cieca che aveva mostrato fino a pochi minuti prima.
«Sì» rispose Matteo, infilando una giacca pulita e sistemandosi i polsini con una calma che mi diede il voltastomaco. «De Santis la sta portando verso il punto di estrazione. Credo ancora che la lettera sia nascosta nella sacca. Se Aria la apre, leggerà esattamente ciò che vogliamo che legga.»
Un consetto di nausea mi salì alla gola. La piccola tra le mie braccia emise un piccolo lamento e io la strinsi più forte, arretrando fino a schiacciare le spalle contro i mattoni freddi del muro. La sacca. L’autista mi aveva detto di prenderla. Ma l’autista non lavorava per De Santis; lavorava per loro. Ogni singolo passo che avevo compiuto dal momento in cui mi ero svegliata quella mattina era stato guidato, calcolato, manipolato.
Frugai con la mano tremante all’interno della borsa di pelle, oltrepassando il monitor. Sul fondo, avvolta in una custodia di plastica trasparente per proteggerla dall’umidità, c’era una busta da lettere ingiallita dal tempo, sigillata con la cera lacca rossa della famiglia di Matteo.
Sulla parte anteriore della busta, scritta con la grafia inconfondibile e disordinata di mio padre, c’era una sola parola: Aria.
I miei polpastrelli strapparono la plastica. La curiosità e la disperazione lottavano dentro di me con una violenza tale da impedirmi di respirare. Se Eleonora era davvero mia madre biologica, se mio padre mi aveva venduta, qual era il tassello finale di questa menzogna?
Spaccai il sigillo di cera e dispiegai il foglio. La scrittura di mio padre era confusa, piena di cancellature effettuate con fretta:
«Aria, figlia mia, se stai leggendo questo foglio significa che il tempo è scaduto. Non credere a nulla di ciò che ti diranno. Matteo non è chi dice di essere, ma soprattutto, la bambina che hai tra le braccia non è tua figlia. Te l’hanno data all’ospedale tre giorni fa, quando ti hanno indotto il coma. La tua vera bambina è…»
Il foglio si interrompeva lì, strappato brutalmente sul margine inferiore.
Un grido soffocato mi sfuggì dalle labbra. Guardai la neonata. Il suo piccolissimo viso, le sue ciglia sottili, le sue dita che stringevano la mia maglia. Non è tua figlia. La testa mi girava con una violenza tale che dovetti poggiare una mano a terra per non svenire. Il mondo attorno a me si stava sgretolando pezzo dopo pezzo, lasciandomi nuda al centro di una tempesta di inganni.
Improvvisamente, un rumore di passi pesanti fece eco all’ingresso del vicolo.
Alzai lo sguardo, il cuore che minacciava di esplodermi nel petto. Una sagoma alta si stagliava contro la luce fioca del lampione all’angolo della strada. Non era l’uomo incappucciato. E non era l’avvocato De Santis.
L’uomo avanzò lentamente, rimuovendo il cappello che gli copriva il capo e rivelando i capelli grigi e il viso segnato da cicatrici profonde. Mio padre.
«Hai letto la lettera, vero?» disse, con una voce rauca, segnata da anni di silenzio. Nessun affetto nei suoi occhi, solo una rigida, spaventosa determinazione.
«Stai lontano da me!» urlai, facendo un passo di lato verso un’ulteriore rientranza del muro, un passaggio buio che sembrava condurre verso uno scarico merci. «Chi è questa bambina? Dov’è la mia vera figlia?»
Mio padre fece un altro passo avanti, tirando fuori dalla tasca interna della giacca un piccolo ricevitore con un pulsante rosso. «Non c’è mai stata nessuna figlia, Aria. Tu non sei mai stata incinta. Quel grembo che hai custodito per nove mesi era solo un’illusione indotta dai farmaci che Matteo ti somministrava ogni notte.»
La rivelazione mi colpi con la forza di un impatto frontale. L’incubo era troppo grande, troppo assurdo per essere reale. Ma le mie mani ricordavano i movimenti della pancia, le visite fisiche, i battiti del cuore che avevo sentito durante le ecografie… o erano solo registrazioni?
«Perché?» sussurrai, le lacrime che ormai lavavano via lo sporco dal mio viso. «Perché farmi questo?»
«Perché tu sei l’unica erede della cassaforte svizzera di tua madre» rispose mio padre, il suo tono privo di qualsiasi umanità. «E per aprirla serve il DNA di un figlio nato dal tuo sangue e da quello di un erede della dinastia De Santis. Questa bambina…» indicò la neonata che dormiva tra le mie braccia «…è un clone genetico creato in laboratorio sei mesi fa. E ora che sei arrivata fin qui, non servite più a nulla. Né tu, né lei.»
Mio padre alzò il ricevitore e mossa da un istinto ancestrale di sopravvivenza, mi voltai e mi lanciai nel passaggio buio dello scarico merci nell’esatto istante in cui un bip prolungato risuonò dal dispositivo.
Un’esplosione sorda scosse le fondamenta del vicolo dietro di me. Mattoni e calcinacci volarono ovunque, e l’onda d’urto mi scaraventò a terra a pancia in giù. ProteSSI la bambina con il mio corpo, sentendo i detriti colpirmi la schiena.
Il fumo denso e l’odore di zolfo riempirono l’aria. Tossendo e lottando per rimanere cosciente, mi rialzai a fatica. La bambina piangeva disperatamente. Eravamo entrate nel cortile interno di un magazzino abbandonato.
Zoppicando, mi spinsi verso una porta di ferro socchiusa. La spinsi ed entrai, cercando disperatamente un riparo dove nascondermi. Ma l’interno del magazzino non era vuoto.
Al centro della stanza, illuminata da un singolo faro industriale, c’era un’incubatrice medica ad altissima tecnologia. Al suo interno, collegata a decine di tubi trasparenti, c’era un’altra neonata.
E al fianco dell’incubatrice, in camice bianco e con uno stetoscopio al collo, c’era Eleonora.
Si voltò verso di me con un sorriso gelato, mentre dalla porta opposta del magazzino facevano il loro ingresso due uomini armati.
«Benvenuta a casa, Aria» disse la donna. «È ora che tu conosca tua sorella gemella.»