Parte 4: Elena scopre la drammatica verità sulle manipolazioni del marito Matteo e sul progetto genetico segreto in cui è stata usata come cavia prima della sconvolgente rivelazione finale di suo padre su Sofia

Parte 4: Elena scopre la drammatica verità sulle manipolazioni del marito Matteo e sul progetto genetico segreto in cui è stata usata come cavia prima della sconvolgente rivelazione finale di suo padre su Sofia

 Parte 4: Elena scopre la drammatica verità sulle manipolazioni del marito Matteo e sul progetto genetico segreto in cui è stata usata come cavia prima della sconvolgente rivelazione finale di suo padre su Sofia

«Chiedilo a lui», disse l’uomo con un ghigno che gli piegò la cicatrice sulla fronte, indicando con un gesto del capo il corpo tremante di Matteo. «Chiedigli quante volte ha alterato la tua cartella clinica prima di farti firmare il consenso informativo per la fecondazione.»

Elena si bloccò, il cuore che battere con una violenza tale da farle male alle costole. Abbassò lo sguardo sulla cartella medica che l’intruso aveva gettato con noncuranza sul tavolino di vetro, posandola sopra i cocci infranti della scultura. La data stampata in cima alla prima pagina risaliva a sei mesi prima della loro presunta prima seduta insieme. La sua firma era chiaramente leggibile in calce, vergata con l’inchiostro blu che usava sempre per i documenti importanti, ma lei non aveva alcun ricordo di quel giorno. Il mondo attorno a lei sembrò perdere colore, riducendosi a un grigio uniforme e soffocante.

«Non guardarlo, Elena! Ti sta mentendo!», urlò Matteo, lanciandosi in avanti per afferrare i fogli, ma lo sconosciuto fu più veloce. Con una mossa fluida ed esercitata, gli bloccò il braccio a metà strada, piegandoglielo dietro la schiena con un colpo secco e preciso che fece gridare il marito dal dolore.

Sofia scoppiò in un pianto dirotto, nascondendo completamente il viso nell’addome di Elena. Il corpo della bambina tremava come una foglia al vento, e le sue piccole mani stringevano la stoffa del vestito materno con un’angoscia pura e incontaminata.

«Papà! Mamma, falla smettere!», gridava la piccola, mentre l’uomo col cappotto spingeva Matteo in ginocchio sul pavimento, senza nemmeno scomporsi la piega del colletto.

«Tuo marito ha speso gli ultimi tre anni a convincerti che avevi un problema di memoria precoce, Elena», continuò l’intruso, la voce calma e priva di qualsiasi inflessione emotiva, come se stesse leggendo un bollettino meteo. «Ogni pillola che ti dava la sera, ogni seduta di ipnosi che faceva finta di somministrarti per curare la tua ansia… servivano solo a cancellare i ricordi dei viaggi in Svizzera. Tu non sei mai stata una paziente felice, Elena. Eri la cavia di un progetto genetico di cui lui era il responsabile scientifico.»

Elena scosse la testa, rifiutandosi di credere a quelle parole, ma il sospetto insinuatosi dentro di lei mesi prima esplose ora in un’evidenza accecante. I buchi neri nella sua memoria, le mattine in cui si svegliava con un profondo senso di stanchezza e segni di punture sulle braccia che Matteo le spacciava per morsi d’insetto o prelievi di routine, la sensazione costante di essere estranea alla propria vita… tutto cominciava ad incastrarsi con una spaventosa logica matematico-clinica.

«Matteo… dimmi che non è vero», mormorò Elena, lasciandosi cadere sulle ginocchia accanto a Sofia, fino ad arrivare alla stessa altezza dei fogli sparsi sul pavimento.

Matteo, ancora bloccato al suolo con il volto premuto contro il marmo freddo, alzò lo sguardo verso di lei. Nei suoi occhi non c’era più l’arroganza del medico o la premura del marito; c’era soltanto la disperazione di un animale messo all’angolo.

«Elena, l’ho fatto per noi… per salvarti», rantolò lui, il respiro corto per la pressione del ginocchio dell’uomo sulla sua schiena. «Se non avessi accettato il protocollo, ti avrebbero…»

«Taci!», ringhiò lo sconosciuto, tirandolo leggermente per i capelli per costringerlo a guardare verso la porta. «È ora che tu capisca che la finzione è finita. La fondazione vuole il campione prima di mezzanotte, o il padre di tua moglie non salirà mai su quell’ambulanza.»

Un brivido d’orrore attraversò la spina dorsale di Elena. Suo padre. Si era dimenticata dell’uomo svenuto fuori dalla porta, del tonfo sordo sentito solo pochi minuti prima.

«Cosa gli avete fatto?», gridò Elena, trovatasi d’un tratto guidata da un’adrenalina primordiale che spazzò via la paralisi. Si alzò di scatto, stringendo forte la mano di Sofia.

L’uomo col cappotto fece un leggero sorriso amaro e portò la mano al microfono auricolare nascosto sotto il bavero. «Squadra due, portate dentro il vecchio. È tempo di fare le presentazioni ufficiali al nuovo membro della famiglia.»

Un secondo dopo, la porta si spalancò completamente. Due uomini vestiti in tenuta tattica scura trascinarono all’interno il corpo inerte del padre di Elena, lasciandolo cadere pesantemente sul tappeto del soggiorno. Il suo volto era sfigurato da contusioni scure, ma ciò che fece gelare definitivamente il respiro in gola ad Elena non fu il sangue sul viso del genitore.

Fu il dettaglio che notò sul polso scoperto dell’anziano uomo: un braccialetto rigido in titanio, identico a quello che lei stessa aveva trovato giorni prima nel cassetto blindato della scrivania di Matteo. Un codice a barre inciso sul metallo risplendeva sotto la luce del lampadario, accompagnato dallo stesso identico numero di matricola impresso sulla chiavetta USB che teneva stretta nella mano.

Il padre di Elena aprì faticosamente gli occhi, fissando la figlia con uno sguardo pieno di un terrore lucido e antico. Con uno sforzo sovrumano, alzò un dito tremante e non indicò né Matteo, né l’uomo con la cicatrice.

Indicò la piccola Sofia.

«Elena…», mormorò l’anziano con un filo di voce insanguinata, «quella non è tua figlia.»

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