Parte 6: Il ritorno inaspettato di Sofia nel bunker minaccia di azzerare ogni cosa a pochi secondi dalla sincronizzazione finale

Parte 6: Il ritorno inaspettato di Sofia nel bunker minaccia di azzerare ogni cosa a pochi secondi dalla sincronizzazione finale

 Parte 6: Il ritorno inaspettato di Sofia nel bunker minaccia di azzerare ogni cosa a pochi secondi dalla sincronizzazione finale

Il buio fu squarciato da una serie di lampadine d’emergenza che si accesero a intermittenza lungo il perimetro, proiettando lunghe ombre danzanti sulle pareti. Elena strinse i pugni attorno al ciondolo, sentendo il calore del chip metallico bruciargli la pelle del palmo mentre il respiro di suo padre si faceva sempre più corto, ridotto a un rantolo strozzato che sembrava perdersi nel ronzio elettronico del conto alla rovescia. Clara non abbassò l’arma, ma il suo braccio iniziò a tremare leggermente; i suoi occhi erano fissi sull’olografia fluttuante che continuava a scorrere, mostrando linee di codice che modificavano in tempo reale i dati biometrici registrati nel sistema centrale. «Sapeva che saremmo arrivati qui» sibilò Clara, stringendo i denti mentre un rivolo di sudore le rigava la tempia. «Marco non è mai stato un prigioniero. Era il direttore del progetto fin dal primo giorno.» Matteo fece un passo falso all’indietro, urtando contro il pannello di controllo principale che, improvvisamente, prese vita emettendo un fischio acuto e una serie di righe di testo verde acido sullo schermo principale. Sul display comparve una notifica inequivocabile: Sincronizzazione in corso al novantanove percento. Dal soffitto, la pioggia di polvere grigia si trasformò in una fitta grandine di scaglie metalliche che tintinnavano colpendole le spalle, mentre un odore acre di ozono e carne bruciata saturava l’aria angusta del bunker. Un tonfo sordo, simile a un corpo che cade dall’alto, risuonò esattamente sopra le loro teste, seguito dallo stridio metallico di una griglia di aerazione che cedeva di schianto sotto un peso inaspettato.

Elena sollevò lo sguardo appena in tempo per vedere una figura incappucciata calarsi giù dal condotto, atterrando con precisione millimetrica proprio tra Matteo e il terminale centrale. La figura si mosse con una rapidità disumana, afferrando il braccio di Clara e disarmandola con una torsione secca che fece volare la pistola in un angolo buio della stanza. Prima che Matteo potesse estrarre il proprio coltello da combattimento, l’intruso spinse via il pannello di accesso principale del terminale, rivelando non dei cavi elettrici, ma una fiala di liquido nero e denso collegata direttamente al sistema di raffreddamento. «Se quel codice arriva al cento percento, non ci sarà più un’Europa da salvare, né una memoria da recuperare» disse una voce roca e distorta dal respiratore, mentre il cappuccio cadeva all’indietro rivelando il volto sfigurato da una vecchia cicatrice ma dagli occhi inconfondibili di Sofia, la stessa Sofia che credevano intrappolata nei laboratori sotterranei di Berlino. «E tu, Elena, sei l’unica chiave rimasta per fermare la macchina.» Matteo sgranò gli occhi, riconoscendo i tratti di quella che un tempo era stata la sua collega più fidata, ora ridotta a un’ombra cibernetica. «Sofia… ma come diavolo hai fatto a uscire dal settore quarantena? I sistemi erano bloccati da un protocollo di sicurezza di livello massimo!» Sofia non rispose; tese la mano guantata verso il palmo aperto di Elena, dove il ciondolo continuava a pulsare con una frequenza ormai insostenibile, mentre il conto alla rovescia sul display segnava gli ultimi dieci secondi prima dell’attivazione definitiva.

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