Parte 9: Tra rivelazioni sconvolgenti su automi e trappole mortali Aria scopre la spaventosa verità sulla bambina e sulla propria identità mentre tenta di fuggire dall’imboscata
Il grilletto non scattò. La bambina rimase immobile, la canna della pistola puntata esattamente al centro del mio torso, mentre il conto alla rovescia sul display dello smartphone divorava i secondi: 00:00:05… 00:00:04…
L’uomo con il volto di Filippo mosse un passo verso di me, la maschera d’argento che oscillava nella sua mano sinistra come un pendolo ipnotico. Non c’era traccia delle ferite che gli avevo visto addosso pochi minuti prima, né della disperazione con cui mi aveva supplicato nel magazzino. La sua espressione era glaciale, priva di qualsiasi inflessione umana.
«Non sparerà» disse Filippo, la voce ferma e profonda. «La sua direttiva primaria le impedisce di eliminare l’ospite del codice originario. Tu sei il suo archivio, Aria.»
00:00:02… 00:00:01… 00:00:00.
Il telefono nella mia mano emise un sibilo ad alta frequenza che mi fece penetrare un dolore acuto nei timpani. Lo schermo diventò completamente nero, per poi riaccendersi proiettando una mappa olografica tridimensionale dell’area metropolitana. Una traccia luminosa rossa partiva dalla nostra posizione sotto il ponte e si diramava verso una rete di tunnel sotterranei dismessi sotto la stazione centrale.
La bambina abbassò lentamente l’arma. Con una rapidità innaturale, fece scivolare la pistola nella tasca interna della sua giacca, poi mi prese la mano. La sua pelle, fino a quel momento fredda come il metallo, era bollente, pervasa da una febbre improvvisa e innaturale.
«Il tunnel sei» mormorò la ragazzina con la sua solita voce sintetica, ma questa volta incrinata da un disturbo di fondo. «L’estrazione è compromessa. Filippo non è Filippo.»
Feci un salto all’indietro, strappando la mano dalla sua presa. Mi voltai verso l’uomo che consideravo mio fratello. «Che cosa significa? Chi sei tu?»
L’uomo accennò un sorriso amaro. Fece scivolare la mano destra all’interno del lungo cappotto nero ed estrasse un piccolo bisturi chirurgico. Senza esitare, incise la pelle del suo avambraccio sinistro con un taglio netto e profondo. Non usci una sola goccia di sangue. Dalla ferita aperta emersero cavi in fibra ottica intrecciati e micro-servomotori titanici che pulsavano a ritmo regolare.
«Io sono quello che rimane della sua memoria, Aria» disse l’androide con il volto di mio fratello. «Il vero Filippo è morto tre anni fa nell’incidente a Ginevra. Tua madre mi ha costruito per proteggerti dal consorzio… e da te stessa.»
Il pavimento sotto i nostri piedi tremò violentemente. Dall’imboccatura del canale giunse il rombo sordo di due imbarcazioni a motore a luci spente che fendevano l’acqua a gran velocità. I proiettori di profondità illuminarono l’arcata del ponte, tagliando l’oscurità con fasci di luce bianca.
«Ci hanno trovati» gridai, afferrando la bambina per le spalle per spingerla verso la scalinata di sicurezza.
«Non sono uomini del consorzio» disse la replica di Filippo, voltandosi verso il fiume e mettendosi di traverso per scudarci con il proprio corpo. «Quello è il gruppo di recupero di tua madre. E non sono venuti per salvarci.»
Dalle imbarcazioni salirono quattro figure in tute tattiche nere privi di insegne. Impugnavano fucili d’assalto muniti di puntatori laser rossi che iniziarono a danzare sulle pareti di pietra del ponte. Uno dei raccordi laser si fermò direttamente sulla fronte della bambina.
Prima che potessi fare qualsiasi cosa, la piccola compì un balzo prodigioso verso l’alto, afferrando una trave di ferro del ponte e arrampicandosi con un’agilità disumana. Dalle barche partì una raffica di proiettili silenziati che perforarono il legno delle passerelle e scheggiarono la pietra a pochi centimetri da me.
Filippo avanzò verso i mercenari, affrontando il fuoco incrociato. I proiettili deviarono sulla sua struttura rinforzata con metallici colpi secchi, ma la violenza dell’impatto lo fece indietreggiare passo dopo passo.
«Aria, prendi la chiavetta e scappa nel tunnel!» ruggì la sua voce, ormai completamente distorta da interferenze sintetiche. «Se scoprono che il codice non è nel dispositivo ma nel tuo DNA, ti sezioneranno!»
Senza guardare indietro, corsi verso la grata del tunnel di drenaggio nascosta nell’ombra della parete est del ponte. La grata era bloccata da una catena rugginosa. Infilai le dita tra le maglie per fare leva, scorticandomi le nocche fino a farle sanguinare. L’adrenalina mi diede una forza che non sapevo di avere; con un ultimo strappo disperato, il lucchetto cedette con uno schiocco secco.
Mi infilai nel cunicolo buio e angusto, respirando l’aria stantia e satura di muffa. Alle mie spalle, il rumore degli spari venne improvvisamente soffocato da un boato metallico e dal suono di un corpo pesante che cadeva nell’acqua scura del canale.
Avanzai a tentoni nel buio pesto per diversi metri, guidata solo dalla debole luce dello schermo del telefono che aveva ricominciato a funzionare. Il conto alla rovescia era sparito, sostituito da un unico messaggio di testo inviato da un numero sconosciuto: La bambina ti sta mentendo. Non guardare il suo collo.
Rallentai il passo, il cuore che mi batteva in gola fino a soffocarmi. Sentii dei passi leggeri ed elastici che mi seguivano all’interno del tunnel, a non più di cinque metri di distanza.
«Aria?» la voce della bambina risuonò nel tubo di cemento, dolce, innocente, priva di qualsiasi traccia sintetica. «Ho preso la pistola. Filippo è andato. Possiamo uscire adesso.»
Mi voltai lentamente, alzando lo schermo del telefono per illuminare il suo viso. La ragazzina si trovava a pochi passi da me, la maglietta sporca di fuliggine, gli occhi spalancati per il terrore. Sembrava in tutto e per tutto una bambina indifesa di otto anni.
Ma quando la luce dello smartphone illuminò la base del suo collo, il piccolo impianto metallico non c’era più. Al suo posto c’era una profonda cicatrice chirurgica a forma di croce, identica a quella che mia madre mi aveva mostrato sulla sua spalla prima di scomparire.
«Tu non sei un prototipo» mormorai, indietreggiando fino a battere la schiena contro la parete fredda del cunicolo.
La bambina mi sorrise. Un sorriso privo di calore che non le raggiungeva gli occhi. Fece un passo avanti e portò le mani alla cerniera della sua giacca, aprendola lentamente.
Sotto i vestiti non c’erano cavi o impianti cibernetici, ma una cintura esplosiva a micro-cariche di C4, con un detonaore digitale sincronizzato direttamente con il battito del mio cuore.
«Io sono la bomba, Aria» disse la ragazzina con la voce nitida e cristallina di mia madre. «E tu sei l’innesco.»