Parte 9: Inseguita dal fratello e sconvolta dalle rivelazioni di Marco, Mei precipita nei sotterranei del laboratorio mentre il nucleo biomeccanico prende il controllo del suo corpo e compare un clone identico a lei
Il tocco di quella mano calda e coperta di fluido viscido inviò un brivido lungo le mie terminazioni nervose iper-eccitate. Abbassai lo sguardo, e nell’oscurità squarciata solo dal rosso intermittente dell’allarme scorsi il volto devastato di Marco. Il suo occhio sinistro era gonfio e chiuso, la guancia lacerata da un taglio profondo che continuava a versare sangue sul suo colletto, ma i suoi dita stringevano la mia pelle con una forza disperata.
«Mei… sali… qui sotto… subito,» rantolò Marco, tossendo una chiazza scura sul metallo della botola.
«Mi hai mentito,» dissi, mentre la mia voce risuonava ancora distorta, sdoppiata da quella frequenza sintetica che mi vibrava nei polmoni. Tesi i muscoli per liberarmi dalla sua presa, ma il mio corpo non rispose al mio comando vitale. Il nucleo biomeccanico dentro di me si bloccò, come se stesse analizzando la minaccia o, peggio, riconoscesse la presenza di Marco.
«Non c’è tempo, Mei!» urlò lui, trovando la forza di tirarsi su per metà oltre il ciglio dell’apertura. «Tuo fratello ti sta usando! La Vance ti ha mentito! Il prototipo non sei tu… sei tu l’unica chiave per spegnere l’hardware primario!»
Un colpo sordo scosse la paratia blindata che ci separava dal corridoio esterno. Il metallo si curvò verso l’interno con un stridio spaventoso. Mio fratello stava usando una lancia termica per tagliare la porta d’acciaio. La temperatura nella stanza cominciò a salire rapidamente e lo specchio di vetro trasparente del laboratorio s’incrinò in mille ragnatele lucenti.
Sullo schermo alle mie spalle, il conteggio alla rovescia scese spietato: 02 minuti e 14 secondi al completamento.
Il doloroso doppio battito nel mio grembo si trasformò in una contrazione continua e brutale. Sentii i filamenti argentei sotto la mia pelle tirarsi, come se minuscoli aghi metallici stessero scivolando lungo le mie vertebre verso la base del cranio. Caddi di nuovo in ginocchio, la testa compressa da una pressione insopportabile. La vista mi si appannò, mostrandomi un flusso interrotto di dati e codici binari che si sovrapponevano all’immagine di Marco.
«Lasciami stare!» urlai, portandomi le mani alle tempie. I miei rilievi cutanei brillarono di una luce azzurra e fredda. «Non so più cosa c’è dentro di me!»
«Sei tu, Mei. Sei sempre tu,» disse Marco, allungando le braccia insanguinate per cingermi la vita e trascinarmi verso la botola aperta. «Devo portarti al livello inferiore prima che il bambino… prima che quello prenda il controllo totale del tuo sistema nervoso.»
Con un ultimo sforzo disperato, Marco mi tirò giù con sé proprio mentre la paratia blindata esplose in una nube di scintille e metallo fuso. Precipitammo per diversi metri lungo un condotto di scarico verticale, scivolando su tubi di raffreddamento coperti di condensa ghiacciata, finché non impattammo duramente contro una griglia metallica nel buio pesto di un livello sotterraneo sconosciuto.
L’aria qui era satura di un odore acre di ozono e gomma bruciata. Il rumore delle sirene d’allarme giungeva smorzato, ma il conteggio dell’autodistruzione rimbombava ancora dagli altoparlanti del soffitto: 01 minuto e 05 secondi.
Mi rialzai a fatica, la pancia tesa come un tamburo. Sotto la pelle dell’addome potevo vedere la sagoma del nucleo che si muoveva in modo innaturale, riorganizzando la sua struttura attorno alla colonna vertebrale. Il dolore era sparito, sostituito da una spaventosa assenza di sensazioni tattili. Non sentivo più il freddo del pavimento né il peso del mio stesso corpo.
«Dove siamo?» chiesi, voltandomi verso Marco.
Lui si stava trascinando contro un grosso generatore cilindrico, tenendosi la gabbia toracica con un braccio. Con l’altra mano estrasse dalla tasca dei pantaloni una fiala d’acciaio con un ago integrato. La sua mano tremava in modo incontrollabile.
«Questo è il modulo di contenimento originale,» disse Marco, la voce ridotta a un soffio. «Qui è dove hanno creato te e tuo fratello vent’anni fa. Se siringo questo inattivatore nel tuo condotto spinale, fermeremo l’accensione del nucleo.»
«E il bambino?» chiesi, facendo un passo verso di lui. «Cosa succederà al bambino biologico se inietti quel liquido?»
Marco esitò. Abbassò lo sguardo, incapace di fissare i miei occhi che ora riflettevano la luce azzurrina delle mie vene. «Il suo cuore… non sopravviverà alla scossa. Ma tu rimarrai viva, Mei. Ti prego, è l’unico modo per impedire a tuo fratello di resettare la città.»
Un’ombra si proiettò improvvisamente in cima al condotto da cui eravamo appena caduti. Una figura snella si calò con un salto felino, atterrando senza produrre alcun rumore a pochi metri da noi.
Era mio fratello. Ma non era solo.
Al suo fianco c’era una figura identica a me, vestita con una tuta tattica nera, i cui occhi emettevano la stessa luce azzurra che ormai bruciava nelle mie orbite. Non era un semplice clone. Aveva il mio stesso identico volto, le mie stesse cicatrici, la stessa postura.
«Non ascoltarlo, Mei,» disse la mia copia con la mia precisa voce, sfoderando una lama di carbonio dal bracciale. «Marco non ti ha detto tutta la verità. La fiala che ha in mano non è un inattivatore. È il virus che ucciderà te… per permettere a lui di estrarre l’unico vero embrione sano.»
I miei occhi corsero da Marco alla figura che aveva il mio volto, mentre il timer sopra di noi azzerò il suo conteggio e la stanza venne inghiottita da una luce bianca accecante.