Parte 4: L’attico si rivela una cella sotterranea mentre Matteo svela la vera natura della collana di Elena e l’inganno che ha segnato la sua vita
Un odore acre di ozono e plastica bruciata invase l’aria, mentre le pareti dell’attico sembravano contrarsi, i pannelli di design che scivolavano via con un rumore di ingranaggi corrosi per rivelare griglie d’acciaio grezzo e cavi di fibra ottica scintillanti. Elena rimase immobile sul pavimento inclinato, le unghie affondate nel marmo che ora perdeva la sua lucidità per mostrare una superficie metallica e fredda. La voce sintetica dagli altoparlanti continuava a ripetere la stessa nenia monotona, scandendo numeri che salivano inesorabili verso un limite sconosciuto. Matteo non era più l’uomo con cui aveva condiviso la tavola o i silenzi della sera; la sua postura era rigida, le spalle squadrate secondo una disciplina militare che non ammetteva repliche, mentre osservava la botola nel soffitto da cui cominciava a filtrare una densa nebbia bianca.
Dall’altra parte del vetro blindato del balcone, dove la pioggia aveva smesso di battere, il panorama della città non mostrava più le luci familiari dei grattacieli, ma solo una distesa sterminata di container industriali e torri di raffreddamento sotto un cielo plumbeo. La donna con il trench scuro non prestava più attenzione a loro; stava estraendo una piccola fiala fluorescente da una valigetta di alluminio, fissando il display digitale che lampeggiava sul suo polso.
«Il protocollo di contenimento è attivo in questo settore», disse la donna senza voltarsi, la voce amplificata dall’acustica metallica della stanza che ora somigliava a un bunker sotterraneo. «La bambina ha superato la soglia di compatibilità genetica prima del previsto. Dobbiamo procedere all’estrazione immediata del soggetto secondario prima dell’arrivo delle squadre di bonifica.»
Matteo fece un passo verso il corridoio dove Sofia era scomparsa, ma la sua mano si fermò a pochi centimetri dalla porta blindata che ora mostrava una serie di LED rossi lampeggianti. «Non così presto», mormorò Matteo, con una freddezza che fece gelare il respiro nei polmoni di Elena. Si voltò lentamente verso di lei, estraendo dalla tasca interna della giacca una chiave magnetica logora dal tempo. «Il vecchio ha cercato di sabotare il sistema prima ancora che tu fossi nata, Elena. Ma la sequenza non è mai appartenuta a lui.»
Prima che Elena potesse scagliarsi contro di lui per strappargli la chiave, una figura massiccia emerse dalla nebbia artificiale che saliva dal vano ascensore. Era un uomo con il volto parzialmente coperto da una maschera antigas, che trascinava per il colletto un corpo immobile e coperto di fango. Riconobbe la giacca di pelle consunta di suo padre prima ancora di vederne il viso. L’uomo lasciò cadere il corpo inerte ai piedi di Matteo, calpestando con indifferenza il fascicolo di carta che si era sparso sul pavimento.
«Il perimetro esterno è stato violato», gracchiò l’uomo con la maschera attraverso il filtro vocale metallico. «I sistemi di difesa automatici hanno intercettato il convoglio di soccorso della polizia. Non ci sono superstiti sulla strada principale.»
Elena sentì il mondo capovolgersi, il dolore sordo al basso ventre che si trasformava in una morsa di fuoco mentre la stanza continuava la sua discesa verticale nell’oscurità della terra. Fece per gattonare verso il corpo immobile del padre, ma una mano pesante le bloccò le spalle, spingendola contro la paratia d’acciaio. Alzando lo sguardo, vide il volto di Matteo vicinissimo al suo, privo di ogni calore umano, mentre le sue dita sfioravano la collana con il ciondolo d’argento che lei indossava fin da bambina, l’unico legame rimasto con una madre che non aveva mai conosciuto.
«Non è mai stata una collana, Elena», sussurrò Matteo, premendo un minuscolo pulsante nascosto nella montatura del ciondolo che scattò con un clic metallico. «È la chiave maestra che sblocca il vero progetto sepolto sotto questa casa.»