Parte 8: Il risveglio di Elena in un misterioso laboratorio sotterraneo tra minacce cibernetiche e l’irruzione disperata di Matteo

Un intenso odore di ozono e gomma bruciata le invase i sensori olfattivi, strappandola bruscamente al buio della rimozione temporanea. Elena riaprì gli occhi di scatto, ma il soffitto bianco e sterile che si materializzò nel suo campo visivo non apparteneva alla strada di Lugano, né ai vicoli bui in cui credeva di essere precipitata. Era legata mani e piedi a un tavolo d’acciaio chirurgico, freddo e inospitale, immersa in un laboratorio sotterraneo che sapeva di disinfettante e metallo ossidato. Intorno a lei, monitor medicali gracchiavano un battito cardiaco irregolare, il suo, artificialmente riprodotto per ingannare i protocolli di biosicurezza.

«Il risveglio è sempre la parte più dolorosa, non trovi, Elena?»

La voce, metallica ma venata di una familiarità agghiacciante, proveniva dall’ombra oltre il fascio della lampada scialitica. Dalla penombra emerse una figura incappucciata, il cui volto era parzialmente coperto da una maschera respiratoria che lasciava intravedere solo un occhio cibernetico, pulsante di una luce rosso vivo. Non era un membro qualsiasi della Divisione B; riconobbe immediatamente la ciccatrice verticale che solcava il mento del cyborg, lo stesso uomo che anni prima aveva supervisionato la sua prima attivazione nel laboratorio di Zurigo.

Prima che potesse replicare o attivare i moduli di difesa della spalla, l’uomo premette un pulsante su un pannello di controllo a parete. Una scarica di corrente ad alta frequenza le attraversò i cavi spinali, strappandole un grido di dolore sintetico che fece vibrare i vetri delle provette circostanti. «I tuoi ricordi sono difettosi, bambina mia», sibilò lui, avvicinandosi con una siringa colma di un liquido denso e nerastro. «Credi di essere la fuggitiva, credi di aver protetto quella bambina. Ma Sofia non è chi pensi. Lei è la chiave che aprirà il caveau di Lugano, e tu non sei altro che la serratura».

Un allarme acuto iniziò a suonare a intermittenza fuori dalla porta blindata del laboratorio. Qualcuno stava picchiando contro il metallo con forza inumana, urlando il nome di Elena attraverso le spesse pareti insonorizzate. Dalla frequenza dei colpi e dal timbro metallico della voce, non poteva che trattarsi di Matteo, miracolosamente sopravvissuto all’esplosione.

L’uomo con l’occhio cibernetico sorrise freddamente, sollevando la siringa a pochi centimetri dal collo artificiale di Elena. «Sembra che abbiamo ospiti indesiderati. Vediamo se il tuo caro protettore riuscirà a raccoglierti prima che i tuoi circuiti si spengano per sempre».

La siringa affondò nella carne sintetica, e mentre il liquido nero iniziava a scorrere nelle sue vene, la porta del laboratorio cedette con un boato assordante, rivelando la sagoma fumante di Matteo armato di un fucile a impulsi e con metà del volto dilaniato.

Se desideri proseguire la storia con il capitolo successivo, dimmi pure come vuoi che si evolva lo scontro tra Matteo e il misterioso cyborg!

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