Parte 8: Elena scopre la sconvolgente verità sul Progetto Specchio e sul proprio passato mentre si trova intrappolata nel livello segreto del bunker con Sofia e un sintetoide di Matteo
L’onda d’urto dell’esplosione spinse Elena oltre il bordo del pozzo. Il vuoto la inghiottì per diversi metri prima che l’impatto con una griglia metallica le mozzasse il respiro, scaraventandola a terra. Sopra di lei, una pioggia di macerie e cemento sigillò definitivamente il condotto, isolando il livello inferiore in un silenzio innaturale e soffocante.
Elena rimase immobile sul metallo freddo, ascoltando il proprio battito cardiaco accelerare nel buio. L’aroma di rose e disinfettante era così denso da bruciarle la gola. Estrasse a fatica la torcia tattica dalla cintura e la accese: la lama di luce fendette una nebbia sottile, illuminando un corridoio circolare pareti in acciaio specchiato. Non c’era alcuna traccia di detriti sul pavimento; la struttura sotto la vasca di raffreddamento era intatta, pulita e visibilmente operativa.
Un passo metallico risuonò alla sua sinistra. Elena scattò in piedi, puntando il fascio di luce verso l’origine del rumore.
Sofia era accasciata contro una parete, le mani coperte di siero rossastro mentre tentava disperatamente di riagganciare il cavo del respiratore alla piastra toracica. Il suo volto, prima pallido e sofferente, era attraversato da venature nere che si dilatavano a vista d’occhio sotto la pelle del collo.
«Ti avevamo detto di non scendere…» rantolò Sofia, senza alzare lo sguardo. «Il ciondolo ha attivato la sequenza di purificazione del livello superiore. Non c’è più nessuno lassù, Elena. Né tua madre, né Clara. Né tuo padre.»
«L’ho vista!» gridò Elena, avanzando di un passo e stringendo i pugni per fermare il tremore delle mani. «Mia madre era qui sotto un secondo fa. L’ho vista chiaramente con la luce dei detonatori!»
Sofia sollevò lentamente la testa. Un sorriso privo di calore le increspò le labbra, mentre una lacrima scura le solcava la guancia. «Non era tua madre, Elena. Era il Progetto Specchio. Ciò che hai visto è solo la matrice biometrica che tuo padre ha usato per programmare l’IA di difesa del bunker. Tua madre è morta dieci anni fa in quel laboratorio. È stato lui a ucciderla per estrarre la sequenza genetica che ora scorre nel tuo sangue.»
Il sangue nelle vene di Elena sembrò congelarsi. Retrocesse finché le spalle non toccarono l’acciaio della parete laterale. Le immagini della sua infanzia, i ricordi di suo padre che le iniettava presunti farmaci per la febbre, riaffiorarono con una chiarezza spietata e devastante.
Prima che potesse ribattere, una vibrazione a bassa frequenza scosse il pavimento. Le pareti specchiate del corridoio si illuminarono contemporaneamente, trasformandosi in centinaia di schermi ad alta definizione. Su ciascun monitor comparve il medesimo filmato d’archivio datato quattordici anni prima: una sala operatoria sterile, suo padre chinato su un tavolo da lavoro e, accanto a lui, una capsula criogenica contenente due neonate perfettamente identiche.
Elena bloccò il respiro. L’etichetta sulla prima capsula riportava il suo nome. Sulla seconda, scritto con pennarello nero indelebile, c’era il nome di Sofia.
«Siamo sempre state la stessa risposta al medesimo esperimento» disse Sofia, alzandosi a fatica e staccando definitivamente la piastra dal proprio petto. Le venature nere sul suo collo smisero di pulsare, stabilizzandosi in un reticolo scuro ben definito. «Solo che a te hanno dato la memoria, e a me hanno dato il carico biologico. Se io muoio qui sotto, la fiala rossa nel tuo ciondolo rilascerà la tossina nell’intero sistema di ventilazione delle Alpi.»
Un segnale d’allarme squillò nell’aria e le porte scorrevoli in fondo al corridoio si aprirono con uno sfiato d’aria compressa.
Dall’apertura emerse una figura in divisa tattica priva di insegne, con il volto coperto da un casco integrale nero. L’uomo avanzò a passo sicuro, impugnando una valigetta di metallo rinforzato. Si fermò a pochi metri da loro, portandosi la mano al casco e sbloccando i fermi di sicurezza con un doppio scatto metallico.
Quando si tolse la protezione, Elena sentì le ginocchia cedere.
Sotto il casco c’era il volto di Matteo, ma privo di qualsiasi ferita, cicatrici o segno di affaticamento. I suoi occhi erano completamente vitrei, privi di iride e pupilla, spinti da un riflesso d’argento liquido.
«Il prototipo originale è stato disattivato al livello superiore come previsto» disse la voce di Matteo, emessa tuttavia da un altoparlante integrato nella tesi del suo collo, priva di qualsiasi inflessione umana. «Soggetto Elena, ti preghiamo di consegnare il ciondolo o saremo costretti ad avviare la terminazione immediata del clone Sofia.»
Il dispositivo sul petto di Sofia iniziò a emettere un fischio ad altissima frequenza, e la ragazza cadde in ginocchio, portandosi le mani alla testa mentre un rivolo di sangue le usciva dalle orecchie.
Elena infilò la mano nella tasca per estrarre il ciondolo, ma le sue dita trovarono soltanto un foglio di carta ripiegato, scivolato nella sua giacca durante l’esplosione. Lo aprì con gesto rapido: era una nota autografa con la grafia inconfondibile di sua madre, datata la mattina stessa.
Se stai leggendo questo, tuo padre ha già attivato il doppio sintetico. Non fidarti di niente di ciò che vedi qui sotto. Sofia non è tua sorella: è la chiave per distruggere il vero laboratorio sotto la montagna. Uccidila prima che si svegli.
Elena alzò lo sguardo dal foglio, il cuore che le martellava contro le costole, e fissò Sofia, che da terra la guardava con occhi spalancati dal terrore, mentre il braccio meccanico di Matteo si sollevava lentamente puntando una lama termica direttamente alla gola della ragazza.