Parte 8: Clara scopre la sbalorditiva verità sul Progetto Sette e sui cloni mentre il passato di Marco riemerge sotto l'attacco dell'architetto della Rete

Parte 8: Clara scopre la sbalorditiva verità sul Progetto Sette e sui cloni mentre il passato di Marco riemerge sotto l’attacco dell’architetto della Rete

 Parte 8: Clara scopre la sbalorditiva verità sul Progetto Sette e sui cloni mentre il passato di Marco riemerge sotto l’attacco dell’architetto della Rete

La mente di Clara è andata totalmente in cortocircuito. Ha fatto un passo indietro, inciampando sui cavi che serpeggiavano lungo il pavimento metallico, mentre i suoi occhi rimbalzavano specchiati tra la donna seduta di fronte a lei e la propria immagine riflessa sui monitor illuminati. “No… non è possibile”, ha sussurrato Clara, portandosi le mani tremanti al viso. “Io so chi sono. Io ho dei ricordi, ho una vita, ho…”

“Hai quello che ti è stato programmato di ricordare”, la donna si è alzata con una calma spietata, muovendosi con un’eleganza fluida che Clara non aveva mai posseduto. Sulla sua tuta tattica nera era ricamato un emblema dorato: una clessidra spezzata. “Mi chiamo Sofia. O meglio, io sono l’originale. Tu sei il Progetto Sette.”

Un brivido viscerale ha strappato Marco dalla sua paralisi. Ha fatto uno scatto di lato, frapponendosi fisicamente tra Clara e la donna, la mano stretta a pugno attorno alla torcia tattica, usata come un’arma improvvisata. “Basta con questo gioco malato!” ha gridato Marco, la voce che rimbombava nello spazio ristretto della sala di controllo. “Dov’è mia figlia? Ginevra ha detto che era qui sotto!”

Sofia ha sorriso, un gesto privo di qualsiasi calore umano, e ha sfiorato la superficie di uno dei pannelli touch della consolle. I monitor alle sue spalle hanno cambiato istantaneamente schermata: l’immagine della bambina è apparsa da decine di angolazioni differenti. Non era prigioniera. Era addormentata all’interno di una capsula di stasi cilindrica, immersa in un liquido denso e luminescente, a pochi metri di distanza dietro una parete di vetro oscurato che si è schiarita all’improvviso.

Clara ha emesso un singhiozzo soffocato e si è scagliata contro il vetro, picchiandoci contro con i pugni. “Sofia! Svegliala! Tirala fuori di lì!”

“Non posso farlo, Clara. O per lo meno, non se vuoi che continui a respirare”, ha risposto Sofia senza scomponersi, muovendosi verso una consolle secondaria. “La bambina non è mai stata tua figlia, né quella di Marco. È il primo ibrido geneticamente compatibile creato per contenere il codice di accesso ai server centrali della Rete. Se la tiriamo fuori dalla stasi senza la chiave corretta, il suo sistema nervoso andrà in arresto cardiaco in meno di trenta secondi.”

Marco ha afferrato Sofia per il bavero della tuta, piantandole il buio degli occhi ad un centimetro dal viso. “Se le succede qualcosa, ti ammazzo con le mie mani. Chiudi questa pagliacciata e dammi la chiave!”

“La chiave ce l’hai già tu, Marco”, ha sussurrato Sofia, senza tradire la minima traccia di paura, il suo sguardo piantato in quello dell’uomo. “Anzi, per essere precisi, è incisa nella cicatrice che porti sul ginocchio. Tuo padre non ti ha tagliato da piccolo per un incidente in bicicletta. Ti ha impiantato un microdrive sottocutaneo prima di simulare la sua morte dieci anni fa.”

Un silenzio irreale è calato nella stanza, interrotto solo dal ronzio costante dei server. Marco è rimasto pietrificato, la presa sulla tuta di Sofia che si allentava lentamente. Ha abbassato lo sguardo verso il proprio ginocchio, da cui il sangue continuava a colare lento e caldo, bagnandogli i pantaloni.

Prima che potesse pronunciare una singola parola, un forte botto metallico ha fatto tremare l’intera struttura sotterranea. La luce bianca dei monitor si è tinta di un rosso sangue aggressivo, mentre un’allarme acustico a frequenza intermittente ha iniziato a risuonare nelle pareti.

ATTENZIONE: VIOLAZIONE PERIMETRO SUPERIORE. SOGGETTI OSTILI IN AVVICINAMENTO.

Sui monitor di sorveglianza sono comparse le immagini del soggiorno della villa di sopra. Gli uomini incappucciati non erano più da soli. Elena, apparentemente liberatasi dalle fascette, stava guidando il gruppo con una pistola tattica in mano, muovendosi con una precisione militare che non aveva mai mostrato prima. Dietro di lei, un uomo con un lungo cappotto scuro si è voltato verso la telecamera di sicurezza, alzando lo sguardo con un sorriso raggelante.

Marco ha sentito il cuore arrestarsi per un battito intero. L’uomo nel video era suo padre. Il padre che aveva seppellito dieci anni prima.

“Ci hanno trovati”, ha detto Sofia, strstringendo le labbra in una linea sottile mentre estraeva due pistole semiautomatiche da una fondina sotto la consolle, porgendone una a Clara. “Non abbiamo più tempo. Clara, prendi questa. Dobbiamo estrarre il microdrive dal ginocchio di Marco adesso, prima che Elena e tuo padre sfondino la porta blindata.”

Clara ha fissato la pistola, poi la donna che aveva il suo stesso identico volto, e infine Marco, il cui viso era sbiancato per lo shock. “Mio… tuo padre è vivo?” ha balbettato Clara, rifiutandosi di toccare l’arma.

“Non è suo padre”, ha ringhiato Sofia, afferrando Clara per le spalle e scuotendola con violenza. “È il creatore del progetto! L’uomo che ha ucciso la vera Ginevra dieci anni fa e ha trasformato la tua memoria in una finzione! Se non mi dai quel microdrive immediatamente, moriremo tutti qui dentro!”

Un’esplosione violentissima ha fatto traballare la porta blindata all’ingresso del tunnel, piegando il metallo verso l’interno con un sinistro stridio di lamiere. Il timer della porta ha iniziato a lampeggiare freneticamente: COMPROMISSIONE STRUTTURALE: 45 SECONDI.

Marco si è accasciato contro il tavolo dei monitor, portandosi la mano alla testa, visibilmente sopraffatto da un improvviso e lancinante dolore alle tempie. Piccole luci blu si sono accese sotto la pelle della sua fronte, pulsando al ritmo del suo battito cardiaco. “Clara…”, ha rantolato Marco, cadendo in ginocchio mentre i suoi occhi diventavano completamente neri, privi di iride. “Non ascoltarla… non darle il mio sangue…”

Clara si è gettata a terra accanto a lui, terrorizzata. “Marco! Cosa ti sta succedendo? Marco!”

“La sua memoria sopita si sta resettando a causa dell’impulso della porta!” ha urlato Sofia, puntando improvvisamente la pistola non verso la porta che si stava piegando sotto i colpi dell’esterno, ma direttamente alla testa di Marco. “Spostati Clara! Se il suo sistema si riavvia del tutto, diventerà la macchina da guerra che tuo padre ha inviato per sterminarci! Devo estrarre il chip prima che la sua direttiva primaria si attivi!”

“No!” ha gridato Clara, piazzandosi con il proprio corpo sopra quello di Marco per proteggerlo.

In quel preciso istante, la pesante porta blindata è stata divelta da un’altra carica esplosiva, volando via dai cardini e schiantandosi contro la parete laterale con un boato assordante. Attraverso il fumo denso e la polvere di cemento, la figura dell’uomo con il cappotto scuro è avanzata con calma, affiancata da Elena.

L’uomo ha abbassato la sciarpa che gli copriva la parte inferiore del viso, rivelando un sorriso che Clara conosceva fin troppo bene. Non era il padre di Marco.

Era la voce che parlava dal telefono di Ginevra. Ma ancora più orribile, sul lato destro del suo collo, l’uomo aveva la stessa identica cicatrice di Sofia e Clara.

“Povera la mia piccola Clara”, ha detto l’uomo, la voce risuonando con una doppia frequenza metallica e spettrale. “Ti hanno fatto credere di essere un clone… quando in realtà sei tu l’architetto di tutto questo.”

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