Le parole le si gelarono sulle labbra, mentre la voce al telefono continuava a ripetere il suo nome con un’angoscia che le lacerava i circuiti emotivi. Elena premette la cornetta contro l’orecchio sinistro, sentendo il proprio udito sintetico captare non solo il suono dell’apparecchio, ma anche un debole gorgoglio di acqua pressurizzata in sottofondo. Il tempo sembrava essersi frantumato in mille frammenti taglienti. Se quella dall’altra parte della linea era la vera Elena, intrappolata sul fondo del lago di Lugano, allora chi era la creatura che aveva appena spedito nel vuoto con Sofia? E soprattutto, qual era la natura del legame che l’univa a quella bambina dai capelli d’argento? Un brivido di pura elettricità le percorse la colonna vertebrale, mentre il dolore alla spalla trapassata dal proiettile veniva momentaneamente soffocato dall’adrenalina pura.
00:03… 00:02…
Il conto alla rovescia olografico sulla chiavetta USB nella sua mano sinistra riprese a pulsare con una frequenza allarmante. Non era l’interruttore di una bomba nucleare, bensì il codice di sblocco della rete neurale che teneva imprigionati i ricordi di tutti i soggetti clonati in Europa. Matteo gemette debolmente sul pavimento, sollevando la testa con un rantolo disperato. Il veleno azzurrognolo gli aveva scavato rughe profonde sul volto, facendolo sembrare improvvisamente invecchiato di vent’anni. «Elena… non aprire quella linea… stanno arrivando…», cercò di balbettare, sputando altro sangue prima di ricadere pesantemente all’indietro, privo di sensi. Ma Elena non poteva più fermarsi. Con un movimento secco, infilò la chiavetta nella fessura d’emergenza del terminale a muro, ignorando il fumo acre che continuava a salire dai resti del soggiorno.
Il monitor si accese di colpo, inondando la stanza di una luce blu accecante. Sul display non comparve alcuna stringa di codice binario, ma una mappa tridimensionale in tempo reale del settore alpino. Al centro, un puntatore rosso lampeggiava esattamente sotto la superficie del Lago di Lugano, indicando un complesso sotterraneo denominato Progetto Giano. Una finestra di dialogo si aprì automaticamente, accompagnata da un allarme acustico intermittente. Lo schermo notificava che il modulo di ibernazione principale aveva appena avviato la sequenza di spurgo dell’ossigeno. La donna al telefono aveva detto la verità: venti minuti. Venti minuti prima che il corpo biologico della vera Elena venisse annegato nel liquido criogenico.
Mentre cercava di elaborare una via di fuga, un rumore sordo provenne dal vano scala condominiale. Non si trattava del consueto ronzio dell’ascensore, bensì di pesanti passi cadenzati che salivano i gradini a due a due. Qualcuno stava forzando la porta blindata del pianerottolo con una sega termica. Le scintille arancioni iniziarono a filtrare attraverso la serratura divelta, illuminando la polvere sospesa nell’aria. La Divisione B era arrivata per ripulire la scena e cancellare ogni prova del fallimento dell’esperimento. Elena strinse i pugni, sentendo i filamenti di fibra ottica nella spalla contrarsi con uno scatto meccanico. Non aveva più armi, non aveva più alleati, e la porta d’ingresso stava per cedere sotto i colpi implacabili dei cacciatori di cloni.
Con un atto di disperata determinazione, strappò la chiavetta dal terminale e si precipitò verso la finestra infranta, l’unica via d’uscita rimasta. Prima di scavalcare il davanzale al terzo piano, lanciò un ultimo sguardo al corpo immobile di Matteo e al telefono ancora sganciato, da cui continuava a giungere il respiro affannoso della sua controparte biologica. Fu allora che sul display del terminale a muro, miracolosamente ancora attivo, apparve l’immagine ravvicinata di Sofia all’interno della cabina precipitata. La bambina non stava piangendo; guardava fissa l’obiettivo della telecamera di sicurezza con un sorriso gelido, mentre le sue mani sottili estraevano dal taschino del cappotto un telecomando con un unico tasto rosso acceso.
Clic.
Il pavimento del soggiorno esplose verso l’alto in una bolla di fuoco e frammenti di cemento armato, investendo in pieno la porta blindata proprio mentre i mercenari della Divisione B cercavano di sfondarla. Elena fu scagliata nel vuoto dalla violenza dell’onda d’urto, precipitando nel buio della notte tra i rami spezzati dei tigli sottostanti. Atterrò pesantemente sull’asfalto della strada deserta, sentendo le proprie ossa artificiali cedere con un rumore secco e metallico. Il mondo barcollò e le colpe, i falsi ricordi e i volti dei suoi carnefici si dissolsero in una nebbia grigia. L’ultimo fotogramma che la sua coscienza sintetica riuscì a registrare prima dello spegnimento totale fu il fascio di luce di un elicottero nero che calava su di lei, e una voce metallica che gracchiava dalla radio di un miliziano atterrato accanto al suo corpo: «Soggetto 01 recuperato. Attivare il protocollo di cancellazione totale a Lugano. La vera Elena deve morire stanotte».