Parte 7։ Sotto l'attacco di una squadra d'assalto nella foresta, Mei scopre di custodire in grembo un prototipo biomeccanico e di essere la "Clona Madre" di un esperimento segreto prima di rifugiarsi in un bunker sotterraneo

Parte 7։ Sotto l’attacco di una squadra d’assalto nella foresta, Mei scopre di custodire in grembo un prototipo biomeccanico e di essere la «Clona Madre» di un esperimento segreto prima di rifugiarsi in un bunker sotterraneo

 Parte 7։ Sotto l’attacco di una squadra d’assalto nella foresta, Mei scopre di custodire in grembo un prototipo biomeccanico e di essere la «Clona Madre» di un esperimento segreto prima di rifugiarsi in un bunker sotterraneo

L’eco di quelle parole congelò il sangue nelle mie vene più del vento gelido della foresta. Guardai la mia pancia, deformata sotto la stoffa strappata della maglia, mentre i due battiti risuonavano dentro di me con una frequenza innaturale: uno rapido e leggero, l’altro sordo, pesante, quasi metallico.

«Cosa… cosa significa che non è umano?» rantolai, cercandolo con lo sguardo nella penombra.

Marco non rispose. Con un movimento fluido si girò verso l’oscurità del bosco, sfilando una pistola dal cinturone tattico. I fasci di luce delle torce della squadra d’assalto tagliavano la nebbia come lame luminose, e il calpestio degli scarponi sulle foglie bagnate si faceva ogni secondo più vicino.

«Non c’è tempo, Mei. Devi alzarti e correre verso il ruscello,» disse a bassa voce, agguantandomi per il bavero della giacca e tirandomi su con una forza irragionevole per un uomo che aveva appena subito un impatto del genere. «L’acqua coprirà la tua traccia termica. Io li distraggo.»

«Non vado da nessuna parte finché non mi spieghi!» urlai a mezza voce, piantando i piedi nel fango nonostante la schiena mi bruciasse come se fosse sul fuoco.

Marco si voltò di scatto e mi afferrò il viso con una sola mano, stringendo i polpastrelli contro le mie guance con una freddezza glaciale. Per la prima volta, la torcia sul suo elmetto illuminò il suo collo: sotto la pelle, lungo la giugulare, pulsavano sottili filamenti d’argento che si muovevano a ritmo sintetico.

«Il secondo feto non è una vita, Mei. È il prototipo biomeccanico di un’arma di contenimento,» sussurrò, con la voce incrinata da una nota di pura disperazione. «Ti hanno usata come incubatrice biologica. Se l’altra fazione vi cattura, ti apriranno la pancia mentre sei ancora cosciente per estrarlo.»

Un brivido d’orrore mi trapassò da cima a fondo. Istintivamente mi portai le mani al ventre, cercando di proteggere le due creature che portavo in grembo. In quel preciso istante, un raggio laser rosso attraversò la nebbia, fissandosi esattamente al centro del mio petto.

«Fermi tutti! Non muovetevi!» tuonò una voce amplificata da un megafono a pochi metri da noi.

Un colpo secco risuonò nella notte. Marco si gettò sopra di me prima che il proiettile potesse colpirmi, impattando sul suo spallaccio rinforzato con un rumore metallico. Rotolammo insieme giù per la scarpata che finiva nel letto del ruscello. L’acqua gelida mi avvolse le gambe e il bacino, togliendomi il respiro.

Mentre cercavo di riemergere dal fango, un’esplosione illuminò la cima della scarpata. Marco stava rispondendo al fuoco, muovendosi con una velocità prodigiosa, quasi sovrumana, eliminando i primi tre uomini della squadra d’assalto prima che potessero riorganizzarsi. Ma per ogni mercenario che cadeva, due prendevano il suo posto dalla vegetazione fitta.

Trascinandomi lungo il torrente, raggiunsi la base di una grande roccia rugosa. Il dolore al ventre tornò a farsi sentire, violento e improvviso, ma questa volta accompagnato da una sensazione estranea: dalla mia pelle, sulle braccia, stavano emergendo piccoli rilievi argentei, identici a quelli che avevo visto sul collo di Marco. Il siero che mi aveva iniettato stava modificando anche il mio corpo.

«Mei! Nella roccia!» gridò Marco dalla cima della scarpata, lanciandomi un piccolo dispositivo cilindrico prima di venire travolto da due uomini armati.

Il dispositivo cadde nell’acqua vicino ai miei piedi, emettendo un fischio ad alta frequenza. Nell’impatto con la parete rocciosa dietro di me, una porzione del terreno cedette, rivelando una botola d’acciaio nascosta dalle radici di un pino secolare. Una base della Divisione. Marco sapeva esattamente dove stessimo cadendo.

Con le ultime forze che mi restavano, spinsi la leva di sblocco della botola. Lo sportello si aprì con un sfiato d’aria compressa, rivelando una scala a chiocciola che scendeva nell’oscurità totale.

Dall’alto della scarpata arrivò un urlo soffocato. Guardai in su: Marco era in ginocchio nel fango, circondato dai soldati. Un uomo alto, con un lungo cappotto scuro e una maschera tattica, gli teneva la canna di un fucile puntata alla nuca.

L’uomo con la maschera si voltò verso di me, sfilandosi lentamente il visore. Sotto la luce dei lanciamazzi, la sua figura emerse dall’ombra. Il mio cuore smise di battere.

Aveva il mio stesso volto. Gli stessi occhi, la stessa forma degli zigomi, persino la piccola lentiggine sopra il labbro superiore. Era una versione maschile, perfettamente identica a me.

«Piacere di conoscerti, sorella,» disse l’uomo con un sorriso deforme, alzando la mano per ordinare ai suoi uomini di fare fuoco verso di me. «Sei arrivata in ritardo per la riunione di famiglia.»

Senza pensarci un secondo di più, mi lasciai cadere all’indietro nel buio della botola, mentre i proiettili punzonavano l’acciaio sopra la mia testa, chiudendo lo sportello con un colpo secco.

Ruzzolai giù per la scala di metallo, finendo al suolo in una stanza illuminata solo da fioche luci d’emergenza rosse. L’aria puzza di ozono e disinfettante chimico. Mi rialzai a fatica, appoggiandomi a un tavolo di plexiglas al centro della stanza, quando uno schermo a parete si accese automaticamente.

Sullo schermo comparve il filmato ecografico di un utero, con una data stampata in alto a destra: tre anni prima che io conoscessi Marco. Ma ciò che mi fece gelare il sangue fu la dicitura stampata sotto la diagnosi medica: Paziente 00 — Clona Madre. Gravidanza programmata numero 04.

Prima che potessi rielaborare quell’incubo, dalle ombre del corridoio sotterraneo emerse un suono metallico di passi cadenzati. Non ero sola lì dentro.

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