Parte 7: Scontro mortale al faro tra rivelazioni sconvolgenti sulla vera identità di Elena e l’improvviso arrivo di un misterioso sosia di Julian
Il metallo freddo della pistola impattò contro la pietra con un suono metallico che rimbombò nell’aria satura di tensione. Elena crollò del tutto sui gomiti, sopraffatta da un dolore lacerante che le squarciò il ventre. Un grido viscerale le uscì dalla gola, coprendo per un istante il fischio assordante del dispositivo. In quel medesimo istante di puro caos, Julian balzò dall’ombra come un predatore. La sua lama affondò con spietata precisione nella spalla della donna, ma non fu abbastanza veloce: la madre di Elena, con un riflesso disumano, ruotò il busto e premé il grilletto della pistola che teneva nascosta nella manca.
Un colpo secco esplose nel ridotto spazio del faro. Julian fu sbalzato all’indietro, impattando contro la balaustra e lasciando una scia di sangue scuro sul metallo arrugginito prima di scivolare verso il basso. Sofia emise un urlo soffocato dietro la striscia di nastro adesivo, dimenandosi istericamente sulla sedia mentre la luce rossa sul suo petto smise di lampeggiare, diventando verde fisso.
«Un errore di valutazione, Julian,» sussurrò la madre, ripulendosi con noncuranza una macchia di sangue dal visetto austero, senza nemmeno guardare l’uomo accasciato a terra. «La carica sul petto di tua figlia era un diversivo, Elena. Non è mai stata programmata per esplodere. Serve a resettare le frequenze dei detonatori sotterranei.»
Gli uomini in divisa tattica salirono i gradini a gran carriera, le canne dei fucili puntate. Ma invece di arrestare la donna, si disposero a semicerchio attorno a lei, spianando le armi contro Elena. Non erano forze dell’ordine. Erano la sua scorta privata.
Una nuova, inarrestabile contrazione piegò Elena in due. Con le mani tremanti e la vista offuscata dal sudore e dalle lacrime, sentì il calore della vita che si faceva strada con forza brutale. Stringendo i denti fino a far sanguinare le gengive, si sfilò la giacca di pelle e la stese d’istinto sotto di sé. Un ultimo, disperato sforzo le strappò un lamento profondo, e il pianto debole e acuto di un neonato infranse la rigidità di quella stanza di morte.
Elena afferrò il bambino con mani tremanti, stringendolo al petto nudo per proteggerlo dal freddo pungente che penetrava dalle vetrate rotte. Era un maschio. Piccolo, insanguinato, vibrante di una vita appena iniziata nel peggiore dei luoghi possibili.
«Bellissimo,» mormorò la madre, facendo un passo lento verso di lei. «Proprio come eri tu. Ma il tempo delle commedie è finito. Guarda lo schermo del detonatore, Elena.»
Elena sollevò lo sguardo, il neonato stretto al cuore, e fissò il piccolo cilindro d’argento che ora giaceva a terra dopo essere stato sganciato dal petto di Sofia. Il display verde non mostrava un conto alla rovescia annullato, ma delle coordinate geografiche e un nome scritto in codice militare: Progetto Genesis – Soggetto 01.
«Tu credi che tuo padre abbia nascosto duecento bambini per salvarli?» la donna emise una risata priva di gioia, un suono gelido che fece venire i brividi ad Elena. «Tuo padre ha creato quel bunker per nascondere i cloni generati dal primo esperimento dell’Organizzazione. E tu, mia cara Elena, non sei mai stata la mia vera figlia. Sei il Soggetto 01. Quella bambina nella foto sul tuo comodino… è morta trent’anni fa.»
Il mondo intorno ad Elena parve pietrificarsi. Le parole si snodavano nell’aria come un veleno lento. Guardò la donna, poi il bambino tra le sue braccia, e infine Julian, che sul pavimento cercava disperatamente di trascinarsi verso la pistola caduta, lasciando una scia rossa dietro di sé.
«No… stai mentendo,» rantolò Elena, cercando con lo sguardo una smentita negli occhi di Julian. Ma l’uomo mantenne lo sguardo basso, incapace di fissarla. Quell’assenza di smentita fu una conferma più dolorosa di qualsiasi pallottola.
«Sblocca il bunker con l’impronta digitale di tuo figlio appena nato,» ordinò la madre, estraendo uno scanner portatile dalla tasca e porgendolo verso il neonato. «È l’unico modo per impedire che le cariche termobariche rasino al suolo la città tra tre minuti. Scegli: la verità sul tuo sangue o la vita di centinaia di persone.»
Senza preavviso, un forte boato sordo scosse le fondamenta della struttura. Una delle pareti esterne del faro esplose verso l’interno in una pioggia di mattoni e calcinacci. Dalla nebbia di polvere emerse una figura imponente, avvolta in un mantello scuro e armata di un fucile di precisione pesante. Con due colpi fulminei e chirurgici, abbatté i due uomini della scorta prima che potessero reagire.
La madre di Elena reagì con rapidità felina, afferrando Sofia per i capelli e piantandole un coltello alla gola. «Un solo passo e le taglio la carotide!» gridò verso la sagoma nella nebbia.
L’intruso abbassò lentamente l’arma, rivelando il volto sfigurato da una profonda cicatrice che gli attraversava l’occhio sinistro. Elena soffocò un grido. Era la stessa identica cicatrice che suo padre aveva prima di scomparire, ma l’uomo davanti a lei era decisamente troppo giovane per essere lui.
«Lasciala andare, madre,» disse lo sconosciuto con una voce che era l’esatto doppio di quella di Julian. «O spiegherò io a Elena perché Julian porta la mia stessa faccia.»