Parte 7: L’azione disperata di Elena svela un livello segreto sotto il bunker e la sconvolgente apparizione di sua madre tra le rovine
Il ciondolo emise una vibrazione acuta che fece vibrare i denti di Elena. Senza riflettere, la ragazza ritrasse la mano dal contatto con Sofia e spinse il peso del proprio corpo contro la parete laterale, facendo scivolare il ciondolo all’interno di una fessura di scarico appena sotto lo schermo centrale. Il liquido nero all’interno della fiala iniziò a bollire violentemente, cambiando colore e virando verso una tonalità di rosso vivido che illuminò il volto di tutti i presenti.
Un segnale acustico stridulo perforò l’aria e il conto alla rovescia si bloccò all’ultimo secondo, ma lo schermo non si spense. Al posto dei dati biometrici, comparve l’immagine nitida di una mappa satellitare centrata su una serie di coordinate nel cuore delle Alpi.
«Credi davvero che bloccare il trasferimento fermi il processo, Elena?» sussurrò Sofia con un sorriso amaro, portandosi la mano al respiratore e staccando il cavo di alimentazione che le collegava la gola alla piastra toracica. «Il ciondolo non era una chiave di arresto. Era l’esca per identificare il vettore originale. E tuo padre lo sapeva meglio di chiunque altro.»
Elena si voltò di scatto verso il padre, ma il corpo dell’uomo non era più accasciato contro la parete. Lo spazio in cui giaceva era vuoto, segnato solo da una macchia di siero trasparente che riempiva l’impronta lasciata sul pavimento di cemento.
Clara recupere la pistola dall’angolo buio con un gesto fluido, puntandola immediatamente alla nuca di Sofia. «Parla. Dove lo hanno portato? Dove si trova la struttura primaria?»
«Non lo hanno portato da nessuna parte, Clara» disse Matteo, la voce ridotta a un filo di fiato mentre indicava lo schermo alle loro spalle.
La mappa satellitare aveva appena ingrandito il punto d’origine del segnale. Non si trattava di un laboratorio esterno o di una base militare abbandonata. Le coordinate mostravano la pianta esatta del bunker in cui si trovavano in quel preciso istante, ma con un livello sottostante che non figurava in nessuna mappa di sicurezza. Un terzo livello, costruito direttamente sotto i loro piedi, la cui unica via d’accesso era la vasca di raffreddamento in cui il liquido rosso staccato dal ciondolo stava ora fluendo a ritmo costante.
Un botto metallico fece tremare le pareti di cemento armato, seguito dal rumore di ingranaggi arrugginiti che riprendevano a scorrere all’interno del pavimento. La griglia centrale sotto i piedi di Matteo si aprì di colpo con uno scatto pneumatico, inghiottendo il pannello di controllo e rivelando una scala a chiocciola che scendeva nell’oscurità totale.
Dal fondo del pozzo non saliva alcun odore di muffa o chiuso, ma un profumo intenso di disinfettante e rose fresche, un aroma assurdo che Elena riconobbe all’istante: era il profumo che sua madre usava prima di scomparire dieci anni prima.
«È una trappola, Elena, non scendere!» urlò Clara, afferrandola per la giacca mentre il soffitto del primo livello iniziava a cedere sotto il peso di una serie di cariche di demolizione a tempo che avevano iniziato a brillare lungo le travi di sostegno.
Sofia si voltò verso l’apertura nel pavimento e, senza esitare, si lasciò cadere nel vuoto.
Elena si strappò dalla presa di Clara, fece un passo avanti verso l’orlo del pozzo e guardò in basso. Tra le ombre del livello inferiore, una figura alta in camice bianco alzò lo sguardo verso di lei, e la luce dei detonatori in alto illuminò per un secondo il volto perfettamente conservato di sua madre, che le fece cenno di no con la testa un istante prima che un’esplosione sorda cancellasse la scala sopra di loro.