Le lamiere contorte del modulo subacqueo si aprirono come una scatola di sardine mentre l’acqua gelida del lago sotterraneo irrompì con la forza di uno tsunami, trascinandoci in un vortice di bolle e detriti metallici. Trattenni il fiato, proteggendo i corpicini delle bambine con ogni grammo della mia forza, mentre la corrente ci spingeva violentemente contro una parete di roccia viva. Il buio intorno a noi era totale, rotolato via solo dai deboli bagliori intermittenti dei circuiti elettronici che ancora ardevano sul fondale.
Emergemmo a golo, tossendo furiosamente, in una vasta grotta nascosta che odorava di zolfo e cemento armato. Le bambine piangevano disperate, il loro coro acuto che rimbalzava contro le stalattiti della volta. Mi trascinai sulla riva fangosa, le membra intorpidite dal gelo e dall’adrenalina svanita, con la sacca di pelle stretta morbosamente al petto. Sapevo che non avevamo secondi da perdere: la scia di siluri di mio padre ci avrebbe raggiunti in meno di un minuto.
Mentre cercavo un varco tra le rocce, la mia mano sfiorò una porta di sicurezza in acciaio spazzolato, mimetizzata alla perfezione nella roccia naturale. Sopra la tastiera numerica, una piccola telecamera a infrarossi si accese improvvisamente, emettendo un fievole ticchettio meccanico. Qualcuno ci stava guardando da dietro quel portale, e non era mio padre. Un display luminoso sopra la maniglia si accese, mostrando una scritta inequivocabile: Inserire il vettore genetico per sbloccare l’accesso.
Alle nostre spalle, l’acqua della grotta cominciò a ribollire. Una sagoma scura e gommata ruotò silenziosa sulla superficie del lago sotterraneo, puntando dritta verso di noi. Era una squadra di recupero, e la loro torcia subacquea illuminò il fango esattamente dove mi trovavo.
Senza esitare, tirai fuori dal polsino il minuscolo scanner medico che avevo sottratto nel laboratorio di Eleonora e lo passai sul braccio della prima neonata, catturando il codice genetico blu elettrico. Lo tesi tremante verso il sensore ottico della porta. La serratura elettronica emise un doppio scatto metallico e il portale si spalancò di scatto, inghiottendoci nell’oscurità di un corridoio sterile prima che i fari dei nostri insequitori potessero accecarci.
La porta blindata si richiuse alle nostre spalle con un tonfo sordo, isolandoci dal mondo esterno. Il corridoio era illuminato da una luce al neon tremolante e fredda, che svelava una serie di teche di vetro ai lati, tutte stranamente vuote ma collegate a cavi di monitoraggio ancora caldi. Camminai apassi rapidi sul pavimento metallico, con le bambine che finalmente avevano smesso di piangere, quando notai una sagoma umana riversa per terra, a pochi metri da una seconda uscita di sicurezza.
Mi avvicinai con il respiro corto, girando il corpo immobile. Era Matteo. Il taglio sul collo era stato rattoppato alla meglio con un cerotto medico militare, ma respirava a fatica, con gli occhi sbarrati dal terrore. Mi fissò con uno sguardo che non riconobbi, mentre la sua mano insanguinata afferrava debolmente la mia caviglia.
«Non dovevi aprire quella porta…» ansimò, con un filo di voce che sapeva di condanna. «Eleonora non ci ha traditi per soldi. Tua madre non è morta nell’incendio. E quel codice… quel codice non serve a salvare le bambine, ma ad attivare l’arma che hai in corpo dal giorno in cui sei nata.»