Parte 6: Mei si libera e precipita nella foresta insieme a Marco prima di scoprire la sconvolgente verità sui suoi aguzzini e sui gemelli che porta in grembo
L’aria all’interno dell’abitacolo venne risucchiata via dal foro nell’impennaggio, sostituita da una raffica di vento gelido e dal fumo denso di un motore in avaria. Il dottor Valli venne sbalzato contro le paratie metalliche, perdendo la presa sulla pistola che scivolò sul pavimento macchiato di sangue. L’elicottero continuava a precipitare a spirale, mentre le pale stridevano in un lamento metallico agonizzante. Con un supremo sforzo di volontà, superando la paralisi del siero e la morsa tremenda di una nuova contrazione, incrociai le gambe e mi spinsi verso l’arma caduta, bloccandola tra i piedi. «Fermala! Non farla muovere!» urlò la donna dalla cicatrice, cercando di rialzarsi mentre si aggrappava disperatamente a una cinghia di sicurezza. La forza di gravità mi schiacciò contro la panca, ma la carica di adrenalina fu più forte del narcotico. Mi piegai in avanti con un singhiozzo di dolore, afferrai il metallo freddo della pistola con le mani ancora legate dal velcro e spinsi con tutte le forze i polsi contro il bordo tagliente di un pannello sventrato dai proiettili. La fibra sintetica cedette con un rumore netto. Liberai le mani appena in tempo per vedere il dottor Valli riprendere i sensi e allungare un braccio verso di me. Senza esitare, spinsi la canna della pistola contro la sua spalla e premetti il grilletto. Il boato nell’ambiente chiuso fu sordo, seguito dal suo urlo di dolore e dal vapore denso del sangue che schizzò sulla mia pelle. In quel preciso istante, un impatto devastante scosse la struttura: il secondo elicottero si era agganciato al nostro con un rampone d’acciaio. La portiera posteriore venne divelta con un boato spaventoso e la figura imponente di Marco si sporse all’interno, circondata dalla pioggia e dal vento. Non c’era traccia del marito fragile che avevo amato per cinque anni. I suoi movimenti erano chirurgici, spietati, quasi disumani. Eliminò la donna dalla cicatrice con due colpi rapidi al torace prima ancora che lei potesse alzare la sua arma. «Mei, dammi la mano!» gridò Marco sopra il fragore delle pale e della tempesta, sporgendosi sopra il vuoto che ci separava a trecento metri d’altezza. La guardai negli occhi, cercandovi l’uomo che mi aveva tenuto la mano durante le ecografie, l’uomo che mi sussurrava parole d’amore la sera prima di dormire. Non c’era più nulla. Nei suoi occhi azzurri brillava un’intelligenza fredda, calcolatrice, priva di qualsiasi empatia. «Chi sei tu davvero?» urlai, tenendo la pistola puntata contro il suo petto, mentre l’elicottero iniziava a inclinarsi pericolosamente verso le chiome fitte della foresta sottostante. «Sono il tuo custode, Mei! E sono l’unico che può tenerti in vita!» ruggì lui, allungando le braccia per afferrarmi. «Il siero che ti hanno iniettato nel ventre non era un anestetico… era il codice di attivazione per il feto! Se non vieni con me entro cinque minuti, la bambina morirà per arresto cardiaco intrauterino!» Il mio cuore saltò un battito. Sentii la bambina muoversi dentro di me, ma non era il movimento dolce di prima: era una convulsione irregolare, rapida, disperata. La pancia mi si indurì come una pietra e un dolore acuto mi squarciò la schiena. Il ricatto era perfetto, orribile, privo di falle. Non avevo scelta. Afferrai la sua mano guantata proprio mentre il dottor Valli, ferito e sanguinante sul fondo della cabina, riusciva ad azionare un detonatore manuale nascosto nella sua giacca. «Se non l’avrà la Divisione, non l’avrà nessuno!» urlò il medico con un ghigno di follia. Una carica d’alleggerimento esplose nel trave di coda. L’elicottero si spezzò letteralmente in due. La scossa mi strappò dalla presa di Marco proprio mentre lui mi tirava verso di sé: volai nel vuoto della notte, legata a lui solo dal cavo di sicurezza a cui ci eravamo agganciati d’istinto. Il peso dei nostri corpi uniti fece strappare il cavo dal verricello del suo velivolo, catapultandoci entrambi nel buio fitto della chioma degli alberi. L’impatto con i rami fu una sequenza brutale di colpi, fruscii violenti e ossa incrinati. La vegetazione attutì la caduta, ma l’atterraggio sul terreno fangoso fu devastante. Rimanesti a terra, incapace di respirare, con il sapore del sangue in bocca e il buio della foresta che ci avvolgeva. L’elicottero in fiamme precipitò a poche centinaia di metri di distanza, illuminando la notte con un’esplosione arancione che fece tremare la terra. Marco si rialzò a fatica, zoppicando, e si inginocchiò subito accanto a me. Con dita tremanti aprì una valigetta tattica impermeabile che portava legata alla vita ed estrasse una siringa preriempita con un liquido luminescente. «Stai ferma, Mei, questo salverà il battito di Mia,» disse con voce concitata, avvicinando l’ago alla mia giugulare. «No… aspetta…» bisbigliai, cercando la forza di spingerlo via. Con la mano libera spinsi via la sua manica strappata. Sulla pelle del suo avambraccio, esposta sotto la torcia tattica che aveva riacceso, non c’era una semplice cicatrice. C’era un codice a barre stampato a caldo nella carne, seguito da un numero seriale: Soggetto Beta — 02. L’aria mi si bloccò in gola. Non era solo il mio custode. Era un altro esperimento. Un modello precedente. «Tu… tu sei come me,» mormorai, sconvolta. Marco mi fissò con un’espressione indecifrabile, poi iniettò il liquido direttamente nella mia vena. Un calore improvviso e violento mi scorse nelle arterie, e le convulsioni nel mio ventre cessarono all’istante, sostituite da un battito cardiaco forte, ritmico, accelerato… ma non era uno solo. Sentii chiaramente due battiti distinti dentro di me. «I medici di Ginevra ti hanno mentito su tutto, Mei,» sussurrò Marco, piegandosi sul mio orecchio mentre i passi pesanti di una squadra di assalto armata risuonavano nella nebbia della foresta, avvicinandosi a noi. «Non aspetti una bambina. Ne aspetti due. E il secondo… non è umano.»