L’ascensore emerse dalle viscere della terra con un sibilo pneumatico che fece tremare le pareti di cartongesso dell’appartamento. Le griglie in acciaio scuro si spalancarono con uno scatto metallico, rivelando la cabina illuminata da un fascio di luce spettrale. Elena non riusciva più a distinguere il confine tra i propri respiri e il bruciore che le dilaniava i polmoni per via del gas tossico. La testa le scoppiava; milioni di frammenti di codice, date e volti sconosciuti fluttuavano nel suo cervello, sovrapponendosi all’immagine di lei che insegnava a Sofia a montare in bicicletta nei giardini sotto casa. Nessuno di quei cinque anni di maternità era mai esistito. Erano solo algoritmi iniettati in una corteccia cerebrale artificiale.
Matteo, a terra con le dita spezzate e il volto stravolto dai crampi del veleno, strisciò con disperazione verso la moglie. «Non ascoltarla, Elena! Non scendere lì sotto!», rantolò, sputando una chiazza di bile azzurrognola sul parquet. «Ti hanno resettato tre volte! Se entri in quel vano, sovrascriveranno la tua coscienza per sempre!»
Elena cercò di arretrare, ma Sofia la prese per il polso. La presa della bambina non era aggressiva, ma rigida come una morsa d’acciaio. I suoi occhi d’argento privi di pupilla riflettevano il rosso sanguigno dei lampeggianti dell’ascensore.
«Matteo sa la verità, ma non ti sta dicendo tutto», disse Sofia, la cui voce sovrapposta faceva vibrare l’aria nei timpani di Elena. «Non è stato lui a tentare di salvarti. È stato lui a vendere la tua matrice genetica alla Fondazione per trenta milioni di franchi.»
Elena voltò lo sguardo verso il marito, il cuore spezzato da un’agonia che nessuna programmazione biologica avrebbe mai potuto simulare. Matteo fermò la sua avanzata, sbarrando gli occhi in un’espressione di puro terrore e colpa. Non smentì. Abbassò la testa, piangendo in silenzio sul pavimento lordato di sangue e reattivo azzurro.
Un colpo di pistola risuonò improvvisamente nell’aria satura di gas, perforando il nebbioso vapore.
Il proiettile trapassò la spalla destra di Elena. Il dolore fu immediato, caldissimo, devastante. Cade a terra in ginocchio, portandosi la mano alla ferita, e quando guardò le proprie dita, ciò che vide le gelò il sangue nelle vene: insieme al sangue rosso fluiva un liquido sintetico denso, trasparente e vischioso. La ferita non mostrava solo carne, ma sottilissimi filamenti di fibra ottica che pulsavano di una luce bluastra, tentando di ricucire automaticamente i tessuti strappati.
Dalle ombre del corridoio emerse una figura altissima, avvolta in un camice chirurgico grigio scuro. In pugno teneva una pistola d’ordinanza con la canna ancora fumante. Quando l’uomo fece un passo avanti, la luce rossa dell’ascensore gli illuminò il volto: aveva lo stesso identico viso di suo padre, l’uomo che giaceva morto a pochi metri da lei con la gola squarciata.
«Mio caro prototipo», disse l’uomo con una voce priva di qualsiasi inflessione emotiva, del tutto identica a quella dell’anziano a terra. «Hai appena visto la marionetta che ho usato per tenerti d’occhio in questa casa. Il tuo vero padre non è mai uscito dal laboratorio di Ginevra trent’anni fa.»
Il clone del padre avanzò con calma, calpestando senza curarsene le dita spezzate di Matteo, che emise un gemito soffocato prima di perdere definitivamente i sensi per via dell’inalazione del gas tossico.
«La chiavetta che stringi nella mano sinistra», continuò l’uomo indicando il piccolo dispositivo USB sporco di liquido fosforescente, «non contiene una sequenza d’arresto. È l’interruttore della bomba a micronuclei posizionata sotto le fondamenta di questo palazzo. Hai dieci secondi per inserirla nel terminale dell’ascensore o l’intero quartiere verrà rasato al suolo.»
Elena tremava in modo incontrollabile. Guardò la chiavetta nella sua mano. I suoi circuiti visivi, ormai parzialmente attivati dal trauma della ferita, le mostravano un’interfaccia olografica fluttuante sopra l’oggetto: un conto alla rovescia rosso che indicava 00:08… 00:07…
«Fallo, Elena», sussurrò Sofia, piegandosi su di lei e sfiorandole i capelli con una tenerezza spaventosa. «Sblocca il passaggio. Dobbiamo tornare nella vasca d’incubazione prima che arrivino i pulitori della Divisione B.»
Con un urlo di pura disperazione, spinta dall’istinto di sopravvivenza che nemmeno la programmazione era riuscita a cancellare, Elena si scagliò non verso l’ascensore, ma contro il clone di suo padre. Lo urtò con tutto il peso del suo corpo sintetico, facendolo scivolare nel vapore denso. Nella colluttazione, gli strappò dal collo un piastrino metallico e una chiave d’ottone vecchio stile, prima di spingerlo con una forza disumana dentro la cabina dell’ascensore.
Sofia tentò di intercettarla con un balzo fulmineo, ma Elena girò al volo la chiave nella toppa d’emergenza posizionata sul pannello esterno della parete. Le porte di ferro si chiusero con un tonfo assordante, bloccando il clone e la bambina all’interno mentre la cabina cominciava a precipitarsi verso il basso a una velocità folle.
Il silenzio piombò di nuovo nel soggiorno devastato. Il gas tossico si stava lentamente dissipando attraverso le finestre infrante dalla sparatoria.
Elena rimase sola tra i corpi di suo marito svenuto, dell’intruso morto e del falso padre. La spalla le bruciava, mentre i filamenti di fibra ottica continuavano a saldare la carne artificiale. La chiavetta USB nella sua mano smise di lampeggiare. Il conto alla rovescia si era fermato a 00:01.
Asciugandosi il liquido trasparente dal viso, si rese conto che il piastrino metallico strappato al clone recava un’incisione incisa a fuoco: Soggetto Originale: Elena Vance. Luogo di stoccaggio: Modulo Subacqueo Lago di Lugano.
Prima che potesse fare un solo passo verso la porta d’ingresso per fuggire, il telefono fisso della casa, mezzo distrutto e pendente dal filo sul mobile del corridoio, cominciò a squillare con un rintocco acuto.
Elena si avvicinò lentamente, sollevando la cornetta con la mano tremante.
«Elena? Mi senti?», disse una voce femminile all’altro capo dell’apparecchio, ansante e disperata. Era la sua stessa voce, limpida e senza alcuna distorsione metallica. «Non fidarti di quello che c’era nell’ascensore! Quella bambina non è un prototipo… Sofia è la tua vera figlia biologica, e io sono la vera Elena. Ti sto parlando dal fondo del lago. Sbrigati, ti restano solo venti minuti prima che l’aria nella mia capsula finisca!»
«Elena? Mi senti?», disse una voce femminile all’altro capo dell’apparecchio, ansante e disperata. Era la sua stessa voce, limpida e senza alcuna distorsione metallica. «Non fidarti di quello che c’era nell’ascensore! Quella bambina non è un prototipo… Sofia è la tua vera figlia biologica, e io sono la vera Elena. Ti sto parlando dal fondo del lago. Sbrigati, ti restano solo venti minuti prima che l’aria nella mia capsula finisca!»