Parte 6: Drammatico confronto al faro: Elena scopre che la madre è ancora viva e viene messa di fronte a una scelta devastante tra la vita di sua figlia e quella dei bambini nel bunker mentre sta per partorire
Il freddo congelò il sangue nelle vene di Elena, sovrapponendosi al fuoco devastante dell’ennesima contrazione. Sua madre. La donna di cui conservava solo un ritratto sbiadito sul comodino e una manciata di ricordi d’infanzia, era viva. Era lì, a pochi metri da lei, con lo sguardo vitreo e distaccato di chi aveva pianificato ogni singolo dettaglio di quel massacro.
«Mamma…» la voce di Elena fu poco più di un rantolo, soffocato dal boato delle onde che sbattevano violente contro la scogliera sotto di loro.
La donna non sbatteva neanche le palpebre. Un sorriso privo di qualsiasi calore umano le increspò le labbra sottili. «Non chiamarmi così. Questa storia non riguarda l’amore materno, Elena. Non è mai riguardata questo. Julian è stato solo un burattino utile, esattamente come tuo padre.»
Sofia, legata alla sedia con la bocca sigillata dal nastro adesivo, scuoteva la testa disperatamente, i piccoli occhi sbarrati dal terrore. Il piccolo cilindro d’argento posizionato sul suo petto emetteva un bip ritmico, intermittente, sincronizzato con una luce rossa che lampeggiava con glaciale precisione.
Elena provò a fare un passo avanti, ma una nuova spinta dal basso le strappò un urlo straziante. Si accasciò contro la parete di pietra umida, mentre il sudore le colava lungo la fronte mescolandosi alla pioggia. Sotto il tessuto dei pantaloni, sentì la testa del bambino farsi strada. Non aveva più tempo. Questione di minuti, forse secondi.
«Perché?» ringhiò Elena, facendo leva sulla parete con la schiena per rimettersi in piedi. Impugnò la pistola con entrambe le mani, tremando violentemente. «Tuo marito è morto! Julian è fuggito! Lascia stare la bambina!»
«Tuo padre ha tradito l’Organizzazione trent’anni fa per salvare te e tuo fratello,» rispose la madre con tono piatto, muovendo il pollice sopra il pulsante del detonatore. «Pensava di avermi ingannata, di aver nascosto la rete di bunker sotto il porto. Non ha mai capito che ero io a tirare i fili. Quel cilindro al petto di tua figlia non è solo un detonatore, Elena. È l’unica chiave per disattivare la sequenza di autodistruzione che si è avviata tre minuti fa. E tu deciderai chi vive e chi muore.»
Un nuovo bip del dispositivo risuonò nella torre, più rapido. Il timer digitale sul cilindro mostrava un conteggio alla rovescia: 01:45.
«Cosa vuoi?» urlò Elena, mentre le lacrime le bruciavano gli occhi. Sentiva le forze abbandonarla, la vista che si appannava per la perdita di sangue e l’intensità del travaglio.
«Voglio la verità che ti ha nascosto fino all’ultimo respiro,» disse la donna, facendosi un passo più vicina al vuoto, sfiorando la sedia di Sofia. «Sparami, e il mio dito scivolerà sul pulsante. Lasciami andare, e ti darò il codice per salvare tua figlia. Ma dovrai lasciar morire gli oltre duecento bambini nascosti nel bunker principale. Il codice disattiva una sola carica. Quella sulla sedia… o quella sotto la città.»
Il pavimento sotto i piedi di Elena tremò leggermente. In lontananza, un rombo sordo annunciò che le cariche di profondità sotto il porto stavano iniziando a armarsi. Sofia emise un verso soffocato da dietro il nastro adesivo, guardando la madre con supplica.
Elena sentì una spinta incontrollabile. Il bambino sta nascendo ora. Si piegò in due, cadendo in ginocchio sul bordo del primo gradino della scalinata. Con la mano sinistra si aggrappò alla balaustra di ferro, mentre con la destra manteneva la pistola puntata contro la donna che l’aveva generata.
«Scegli, Elena,» disse la madre, alzando il piccolo telecomando. «La tua primogenita o il futuro della città? Hai sessanta secondi prima che il tuo secondo figlio nasca su questi scalini e tutto vada in pezzi.»
Nel buio alle spalle della madre, un’ombra si mosse veloci tra i macchinari arrugginiti del faro. Elena sgranò gli occhi: Julian era lì, coperto di sangue, con una lama affilata sguainata, pronto a colpire la donna alle spalle. Ma proprio mentre muoveva il primo passo, la porta in basso del faro si spalancò con un botto tremendo.
Tre uomini armati con divise tattiche nere fecero irruzione alla base della torre, puntando i fucili d’assalto direttamente verso Elena.
«Armi a terra!» urlò uno degli uomini.
Nello stesso identico istante, il display sul petto di Sofia toccò lo zero e un segnale acustico continuo squarciò l’aria, mentre una violenta contrazione finale costrinse Elena a piegarsi del tutto, lasciando cadere la pistola dalla mano.