Parte 6: Aria scopre che il fratello Filippo è ancora vivo e la sta tradendo mentre fugge con la figlia da una trappola mortale scatenata dai segreti del padre

Parte 6: Aria scopre che il fratello Filippo è ancora vivo e la sta tradendo mentre fugge con la figlia da una trappola mortale scatenata dai segreti del padre

 Parte 6: Aria scopre che il fratello Filippo è ancora vivo e la sta tradendo mentre fugge con la figlia da una trappola mortale scatenata dai segreti del padre

I miei polmoni si rifiutarono di incamerare aria. Il metallo della pistola brillava sotto la luce fioca dell’unico lampione funzionante, ma era la presenza alle mie spalle a paralizzarmi ogni muscolo. Sentivo il calore del suo respiro sul collo, il fruscio impercettibile di una giacca a vento che si sfregava contro il cassonetto. La piccola non emetteva un suono, quasi percepisse il filo sottilissimo su cui si reggeva la nostra sopravvivenza.

«Tu credi davvero che tuo padre abbia inscenato la sua morte per avidità?» riprese l’uomo dal cappotto di cachemire, muovendo un passo lento verso di me, la mano ferma mentre l’arma non deviava di un millimetro. «I soldi in Svizzera non sono una riserva di caccia, Aria. Sono la taglia sulla tua testa. E Matteo era solo il miglior cacciatore che il mercato potesse offrire.»

Un brivido violento mi scosse la spina dorsale. Le tessere del puzzle si incastravano con una precisione spietata, ma ogni incastro rivelava un abisso sempre più profondo. Il telefono nella mia mano trasmetteva ancora l’immagine in diretta. Sul display vidi chiaramente l’inquadratura spostarsi: la persona dietro di me non stava impugnando una telecamera, ma uno smartphone, e sul suo polso sinistro risplendeva una cicatrice a forma di ancora.

La stessa identica cicatrice che mio fratello maggiore si era fatto durante quella maledetta estate al mare, dieci anni prima. Il fratello che mi avevano detto essere affogato tra le onde.

«Filippo?» la parola mi uscì dalle labbra come un sospiro spezzato, incapace di contenere il volume del mio terrore.

Dalle mie spalle giunse una risata bassa, priva di qualsiasi calore umano. Il rumore metallico di un cane che veniva armato fece eco nel silenzio spettrale del vicolo. L’uomo di fronte a me sorrise, un’espressione di fredda compiacenza che fece tremare le pareti di mattoni intorno a noi.

«Un ricongiungimento familiare commovente» sibilò l’uomo con la pistola. «Peccato che tuo fratello non sia qui per salvarti, Aria. È qui per incassare la sua quota.»

Un boato improvviso squarciò l’aria. Non fu un colpo di pistola, ma lo schianto metallico di un furgone nero che abatté il cancello di ferro all’ingresso del vicolo, travolgendo i cassonetti con una forza devastante. I vetri volarono ovunque come pioggia lucida. L’uomo elegante si voltò d’istinto verso l’intruso, distraendosi per una frazione di secondo.

Non pensai. Agii di puro istinto materno.

Lanciai il peso del mio corpo di lato, scivolando sul fango e protettivamente avvolgendo la bambina sotto il mio busto mentre un proiettile perforava l’aria esattamente dove si trovava la mia testa un istante prima, conficcandosi nel muro con un tondo schiocco. Mi rialzai a fatica, i ginocchi sbucciati che bruciavano, ed uscii allo scoperto correndo verso la porta di servizio di un magazzino abbandonato che scorsi sul lato sinistro del muro.

Spinsi la maniglione antipanico con tutta la forza che avevo in corpo. La porta cedette con un cigolio stridente e mi fiondai nell’oscurità soffocante del fabbricato, mentre alle mie spalle risuonavano i colpi rapidi e soffocati di un conflitto a fuoco tra i due fuochi.

L’interno del magazzino profumava di muffa, benzina e ruggine. Corro a tappe forzate tra cataste di pallet di legno e macchinari industriali dismessi, guidata solo dalla debole luce della luna che filtrava dai lucernari spaccati sul soffitto. Il cuore mi martellava contro le costole come un uccello in gabbia. Mi arrestai dietro un grosso serbatoio di ferro, cercando di calmare il mio respiro affannato per non rivelare la nostra posizione.

I miei piedi calpestarono qualcosa di morbido. Abbassai lo sguardo, e la luce lunare illuminò una chiazza scura sul pavimento di cemento. Una scia di sangue fresco si snodava lungo il corridoio centrale, portando verso una stanza adibita a ufficio con le pareti di vetro infranto.

Un gemito soffocato proveniva dall’interno di quel gabbiotto.

Avanzai passo dopo passo, tenendo la bambina stretta con una sola mano mentre l’altra stringeva un pezzo di ferro affilato raccolto da terra. Mi affacciai oltre la cornice della porta divelta. Seduto a terra, con le spalle poggiate a una scrivania ribaltata e la camicia inzuppata di rosso, c’era un uomo.

«Non… non avvicinarti…» rantolò la figura nell’ombra.

La voce mi fece gelare il sangue. Era la voce di Matteo.

Non era nell’attico a festeggiare. Non era l’uomo spietato che avevo visto sullo schermo pochi minuti prima. Il suo volto era sfigurato dai lividi, gli abiti strappati, e la sua mano destra stringeva una ferita da arma da fuoco all’addome.

«Matteo?» sussurrai, la mente incapace di rielaborare la realtà. «Ma io ti ho visto… sul monitor… eri con loro…»

Matteo sollevò a fatica lo sguardo, gli occhi iniettati di sangue e colmi di un terrore puro che non gli avevo mai visto prima. Fece un cenno disperato verso il mio telefono, che ancora stringevo nella mano.

«Quello… quello non era un video in diretta, Aria» tossì, sputando un filo di sangue sul pavimento. «Era un deepfake… un file registrato per spingerti fino a qui. Ti hanno usata per trovarmi. Loro… loro volevano me fin dall’inizio.»

Un brivido cieco mi percosse prima ancora che potessi metabolizzare le sue parole. Alle mie spalle, il rumore distinto di passi pesanti risuonò sul cemento del magazzino. Svoltando l’angolo del corridoio, apparve la figura alta ed esile di mio fratello Filippo.

Non aveva una pistola in mano. Impugnava un detonatore digitale con un display a conto alla rovescia che segnava già meno di trenta secondi.

«Hai sempre fidato delle persone sbagliate, sorellina» disse Filippo con una voce del tutto priva di emozione, mentre il display rosso del timer illuminava il suo viso pietrificato. «Soprattutto di nostro padre.»

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