Il respiro mi si bloccò in gola. Il fumo dell’esplosione filtrava ancora sotto la porta alle mie spalle, portando con sé un odore acre di bruciato, ma il gelo all’interno di quel magazzino era ancor più soffocante. Guardai la donna che pretendeva di essere mia madre, poi la bambina nell’incubatrice, e infine la neonata che stringevo tremante al petto.
«Sorella… gemella?» la mia voce era poco più di uno squittio privo di forza. «Di cosa stai parlando? Mio padre ha detto che questa bambina è un clone, che io non sono mai stata incinta…»
Eleonora emise una risata breve e priva di allegria, facendo un passo verso l’incubatrice e sfiorandone il vetro plexiglas con le dita affusolate. «Tuo padre è un povero idiota che ha creduto a ogni singola bugia che gli ho servito negli ultimi vent’anni. Pensava davvero che un’illusione indotta dai farmaci potesse ingannare le analisi del sangue? Tu eri incinta, Aria. Certo che lo eri. Ma i neonati non erano uno. Erano due.»
Un brivido violento mi percorse la schiena. Le dita della neonata tra le mie braccia si serrarono attorno al mio tessuto bagnato.
«Avete diviso le mie figlie?» la rabbia, cieca e improvvisa, iniziò a farsi strada attraverso il terrore. «Avete usato il mio corpo come un laboratorio?»
«Abbiamo fatto ciò che era necessario per proteggere il patrimonio» intervallò una voce profonda dalla penombra dietro i due uomini armati.
Dalle ombre emerse Matteo. Non c’era traccia della recitazione che avevo visto sul monitor poche decine di minuti prima, né della finzione di sangue. La sua giacca scura era impeccabile, il suo sguardo privo di qualsiasi traccia dell’amore che per tre anni mi aveva giurato ogni singola mattina.
«Matteo…» sussurrai, facendo un passo indietro verso la porta di ferro chiusa. «Come hai potuto?»
«Aria, ti prego, non rendere le cose più difficili di quello che sono» disse lui, avanzando con estrema calma, le mani tese in un gesto di finta pacificazione. «La bambina che hai in braccio è la chiave per la prima metà del fondo. Quella nell’incubatrice serve per la seconda. Ma c’è un dettaglio che tuo padre ignorava completamente quando ha cercato di farti saltare in aria.»
I suoi occhi si posarono sul ricevitore distrutto che giaceva a terra vicino ai miei piedi, finito lì con i detriti dell’esplosione.
«Tuo padre credeva che il detonatore attivasse una carica nel vicolo» continuò Matteo con un sorriso sottile e crudele. «Non sapeva che quel pulsante rosso inviava un segnale biometrico diretto al tuo cuore attraverso il microchip che ti abbiamo impiantato durante il finto cesareo tre giorni fa.»
Il mio cuore saltò un battito. Un dolore acuto e improvviso, simile a uno spillo rovente, mi trafisse il centro del petto. Portai d’istinto la mano libera al collo, mentre il respiro diventava affannoso.
«Tra cinque minuti, la frequenza cardiaca impostata dal segnale fermerà il tuo cuore» disse Eleonora, controllando un cronometro digitale al suo polso. «A meno che tu non ci consegni la bambina e ci dia l’unica cosa che tuo padre non è riuscito a trovarne nella sacca.»
«Cosa… cosa volete?» choked out, lottando per mantenere l’equilibrio mentre la stanza iniziava a girare. Il dolore al petto si stava intensificando, trasformandosi in una morsa di ferro.
«Il codice di sblocco definitivo non è scritto sulla lettera» spiegò Matteo, astenendosi dal toccarmi, guardandomi come si guarda un esperimento giunto al termine. «È impresso nella tua retina. Dobbiamo scannerizzare il tuo occhio prima che il tuo cuore smetta di battere. Se ti rifiuti, morirete entrambe. Tu e la bambina che hai tra le braccia. E quella nell’incubatrice rimarrà senza una madre per sempre.»
Guardai la neonata. Piccola, inerme, vittima di un gioco spietato di cui ero stata l’inconsapevole attrice principale. Poi fissai Matteo. L’uomo di cui mi ero fidata, l’uomo che mi aveva tenuto la mano durante le notti di febbre, era solo il mio carnefice.
Il timer di Eleonora emise un bip secco. Tre minuti.
Il dolore al petto divenne insopportabile. Inginocchiandomi sul pavimento freddo di cemento, finsi di cedere. «Va bene… va bene. Tieni la bambina. Salvala.»
Matteo sorrise, facendo un passo avanti per prenderla. Avvicinò il viso, allungando le mani verso il fascio di coperte.
Nel momento preciso in cui le sue mani toccarono la coperta, sfoderai con la mano sinistra il frammento di vetro appuntito che avevo raccolto tra i detriti dell’esplosione nel vicolo e glielo conficcai con tutta la forza che mi rimaneva nella parte laterale del collo.
Matteo emise un urlo soffocato, portandosi le mani alla gola mentre il sangue cominciava a zampillare denso tra le sue dita. Arretrò balbettando, urtando uno degli uomini armati.
Matteo emise un urlo soffocato, portandosi le mani alla gola mentre il sangue cominciava a zampillare denso tra le sue dita. Arretrò balbettando, urtando uno degli uomini armati.
«Prendetela!» strillò Eleonora, la sua maschera di pietra che si spaccava in un’espressione di puro terrore.
Sfruttando il caos, mi lanciai verso l’incubatrice, afferrai la leva di sblocco di emergenza e la tirai con violenza. Il coperchio in plexiglas si sollevò con uno sfiato d’aria compressa. Con un movimento disperato, feci scivolare la seconda bambina accanto alla prima all’interno della borsa di pelle, stringendole entrambe con un solo braccio.
Un colpo di pistola risuonò nel magazzino, frantumando i vetri del faro industriale sopra di noi e facendo piombare la stanza in un’oscurità quasi totale.
Senza riflettere, mi lanciai verso una porta secondaria sul fondo del magazzino, spingendola con la spalla. Mi ritrovai su una passerella metallica sospesa su un fiume sotterraneo che sccorreva impetuoso sotto la città.
Il dolore al petto mi piegò in due. Un minuto. Il microchip stava completando la sequenza cardiaca. La vista cominciava a oscurarsi ai bordi, la testa mi pesava come piombo.
«Aria!» la voce di Eleonora rimbombò alle mie spalle, accompagnata dai passi pesanti degli uomini armati sulla passerella di metallo. «Non puoi fuggire! Senza il siero per disattivare il chip, sarai morta prima di raggiungere la fine di questo ponte!»
Mi voltai a guardarla, con le spalle contro la balaustra arrugginita. Sotto di me, l’acqua nera e gelida ruggiva nel buio.
«Preferisco morire nel fiume che darvi le mie figlie» dissi con le ultime forze che mi rimanevano.
Prima che potessero sparare, mi lasciai cadere all’indietro nel vuoto.
Mentre il vento della caduta mi investiva il viso e il mio cuore emetteva un ultimo, disperato palpito prima di fermarsi del tutto, una luce accecante si accese dall’interno delle acque sottostanti, e un paio di braccia robotiche e metalliche emersero dalla corrente per afferrarmi al volo.