Parte 5: Elena scopre la sconvolgente verità sulla vera natura di sua figlia Sofia e sui propri ricordi manipolati mentre un prototipo bio-sintetico semina il terrore nel soggiorno

Elena sentì la stanza girare vorticosamente attorno a sé, mentre il pavimento sembrava mancarle improvvisamente sotto i piedi. La stretta della sua mano attorno a quella di Sofia si fece instabile, vacillante, sfiorando il limite della reazione isterica. Abbassò lo sguardo sulla bambina, cercando disperatamente nei suoi occhi scuri un tratto familiare, una scintilla che confermasse il legame di sangue che per cinque anni aveva dato un senso alla sua intera esistenza. Sofia, però, non piangeva più; la bambina rimase completamente immobile, la testa inclinata di lato con un’espressione vitrea, priva di qualsiasi traccia della paura mostrata soltanto pochi istanti prima.

«Cosa stai dicendo, papà?», balbettò Elena, il respiro ridotto a un rantolo affannato. «Sofia è mia figlia… l’ho partorita io, l’ho tenuta tra le braccia la prima volta in quella clinica…»

L’anziano scosse la testa lentamente, un rivolo di sangue scuro che gli colava dall’angolo della bocca macchiando il collo della camicia. «Ti… ti hanno impiantato un ricordo codificato, Elena. La vera bambina non è mai uscita dalla struttura di Ginevra. Quella che hai di fronte è un prototipo bio-sintetico di seconda generazione. Lo stesso che tuo marito doveva consegnare prima che tu scoprissi la chiavetta.»

Un silenzio artificiale, pesante come una lastra di piombo, calò nel soggiorno. Elena lasciò andare la presa dalla mano di Sofia come se fosse stata ustionata da una scarica elettrica, arretrando di tre passi fino a battere le spalle contro la parete di fondo. La bambina non mosse un solo muscolo per seguirla; rimase a fissare il vuoto, finché un sottile bip elettronico non risuonò dall’interno del suo micro-auricolare nascosto tra i capelli biondi.

In quel preciso istante, Matteo riuscì a divincolarsi dalla presa dell’uomo con la cicatrice con uno scatto disperato, sfruttando il momento di distrazione generale. Invece di correre verso la moglie o verso il suocero ferito, si lanciò a capofitto verso la libreria a muro, spingendo a fondo la rilegatura in pelle di un vecchio enciclopedico. Un meccanismo idraulico scattò dietro la parete, rivelando un vano blindato incassato nel cemento.

«È finita, Elena! Deve finire adesso!», urlò Matteo, estraendo dal vano un cilindro metallico sigillato sottovuoto, al cui interno fluiva un liquido fosforescente di colore azzurro intenso. «Se non attivo il protocollo di neutralizzazione, la bambina riceverà il segnale remoto entro trenta secondi e ci ucciderà tutti!»

L’intruso col cappotto estrasse una pistola munita di silenziatore dal braccio della giacca con una velocità disumana, puntandola direttamente alla testa di Matteo. «Metti giù quel reagente, dottore. La Fondazione ha già inviato il codice di sequenziamento. Il soggetto è già operativo.»

Prima che Matteo potesse premere l’interruttore sul cilindro, Sofia compì un movimento con una velocità che nessun essere umano avrebbe mai potuto eguagliare. Con un balzo innaturale coprì la distanza che la separava dal padre e gli strappò la fiala dalle mani, spezzandogli due dita della mano destra con una forza titanica senza mostrare il minimo sforzo emotivo. Matteo crollò a terra cacciando un urlo disumano, mentre la bambina ruotò la testa di centottanta gradi verso l’intruso armato.

Elena, paralizzata dal terrore e dall’incredulità, vide gli occhi della piccola cambiare colore: le iridi marroni sfumarono in una tonalità grigio argento, del tutto priva di pupille. Sofia spezzò il cilindro metallico a metà, lasciando che il reagente liquido evaporasse nell’aria in una nube di gas denso e profumato di mandorle amare.

«Fase tre completata», disse la voce di Sofia, ma la tonalità non era più quella di una bambina di cinque anni: era una sovrapposizione metallica e metallica di tre voci differenti, una delle quali apparteneva inequivocabilmente a Elena stessa. «Inizio cancellazione dei soggetti secondari.»

L’uomo con la cicatrice non esitò: premette il grilletto due volte contro la bambina. I proiettili la colpirono in pieno petto, ma anziché penetrare nei tessuti o far scorrere sangue, rimbalzarono contro una placca sottocutanea rigida con un suono metallico prima di cadere innocui sul parquet. Sofia avanzò di un passo verso l’aggressore, lo afferrò per la gola con una sola mano e lo sollevò da terra di mezzo metro, soffocandone i rantoli con una facilità agghiacciante.

Elena capì che le restavano pochissimi secondi prima che l’aria satura del gas azzurro la rendesse priva di sensi. Con un gesto istintivo e dettato unicamente dalla sopravvivenza, strisciò verso il corpo del padre, afferrando la chiavetta USB che era caduta per terra durante la colluttazione. Suo padre le afferrò il polso con le sue ultime forze, tirandola a sé per sussurrarle un’ultima spaventosa verità all’orecchio.

«Il codice sulla chiavetta non serve a fermarla, Elena…», rantolò l’uomo, mentre gli occhi gli si rovesciavano all’indietro per via del gas siero-infiltrante. «La chiavetta serve a sbloccare i tuoi ricordi… Tu non sei la madre, Elena. Tu sei l’originale da cui l’hanno clonata.»

Un’esplosione accecante di luce bianca investì la mente di Elena, mentre un dolore lancinante alla base del cranio la portò a piegarsi su se stessa. Frammenti di memorie mai viste prima cominciarono a scorrere davanti ai suoi occhi: corridoi sterili di titanio, camici bianchi, una vasca d’incubazione al cui interno giaceva il suo stesso corpo addormentato, e una voce altoparlante che scandiva un numero di serie. Il numero corrispondeva esattamente a quello inciso sul bracciale di suo padre.

Sofia lasciò cadere il corpo privo di vita dell’aggressore sul pavimento, prima di voltarsi lentamente verso Elena. Il gas azzurro aveva ormai riempito la stanza, rendendo la visibilità quasi nulla, ma gli occhi d’argento della bambina brillavano attraverso la nebbia tossica come due fari nella notte.

La piccola avanzò verso Elena, piegandosi sulle ginocchia e appoggiando la mano fredda come il ghiaccio sulla guancia della donna.

«Bentornata a casa, Unità Zero», sussurrò la bambina con la voce di Elena. «Il Creatore ti sta aspettando al piano di sotto.»

In quel momento, il pavimento sotto il divano del soggiorno cominciò a cedere, rivelando un ascensore industriale illuminato da luci rosse d’emergenza che risaliva direttamente dalle fondamenta della casa.

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