Parte 3: Una sconvolgente verità stravolge la vita di una donna incinta scoprendosi un'agente segreta a memoria resettata tra inganni, cospirazioni e strazianti rivelazioni familiari

Parte 3: Una sconvolgente verità stravolge la vita di una donna incinta scoprendosi un’agente segreta a memoria resettata tra inganni, cospirazioni e strazianti rivelazioni familiari

 Parte 3: Una sconvolgente verità stravolge la vita di una donna incinta scoprendosi un’agente segreta a memoria resettata tra inganni, cospirazioni e strazianti rivelazioni familiari

Il respiro mi si bloccò in gola. Le parole della donna dal telefono rimbombarono nella mia testa con una chiarezza devastante, frantumando in un millesimo di secondo ogni certezza, ogni ricordo, ogni singola architettura della mia esistenza. Agente Mei. Guardai la mia mano tremante che stringeva lo smartphone: le nocche bianche, le unghie curatissime, la pancia prominente che spingeva contro il pavimento freddo. Non capivo. Non potevo essere io. Io ero una restauratrice, ero la moglie di Marco, ero la madre di una bambina terrorizzata che ora si stringeva alle mie gambe.

«Con chi stai parlando?» la voce di Marco squarciò il caos della sirena. Il suo volto, sfigurato dalla sorpresa e dal terrore, si piegò verso di me. Mi fissava come se vedesse un fantasma, come se la donna distesa a terra non fosse più la sposa fragile che aveva manipolato per anni.

Prima che potessi articolare una risposta, l’uomo con la valigetta fece scattare un interruttore sul dispositivo a frequenza. Un impulso sonoro acutissimo attraversò la stanza, facendo vibrare i vetri delle finestre. Il dolore al ventre esplose in una contrazione violentissima che mi strappò un urlo. Mi accasciai di fianco, stringendo il cellulare al petto, mentre la vista cominciava a annebbiarsi ai margini.

«Prendetela,» ordinò l’uomo con freddezza chirurgica, indicando me ai due individui che stazionavano sul pianerottolo. «Il bambino deve nascere entro due ore. Il cliente è già in viaggio verso l’eliporto.»

Mio padre, con un impeto di forza sovrumana guidato dalla disperazione, piantò un gomito nello stomaco dell’uomo che lo teneva bloccato. Si liberò dalla presa, scavalcò la soglia e si lanciò verso il tavolo di cristallo, travolgendo l’uomo in abito sartoriale. La valigetta metallica volò in aria, impattando contro il pavimento e rovesciando il suo contenuto sul marmo lucido.

Le quattro siringhe rotolarono sul pavimento insieme a una serie di documenti riservati stampati su carta chimica. Ma non fu il rumore del cristallo che si infrangeva a fermare il tempo nel salone. Fu ciò che comparse sullo schermo della valigetta, rimasto acceso dopo l’impatto.

Un riconoscimento facciale a scorrimento continuo stava analizzando i volti presenti nella stanza. Sopra la mia immagine, apparsa in tempo reale attraverso la telecamera integrata del dispositivo, non c’era il mio nome. C’era un codice identificativo militare e una data di nascita diversa di sei anni da quella stampata sul mio certificato di nascita. E sotto, in rosso acceso: Soggetto Alpha — Memoria Resettata — Ciclo 3.

Il tempo sembrò congelarsi. Marco guardò lo schermo, poi guardò me, muovendo le labbra senza emettere alcun suono. Il suo sguardo non era più quello di un carnefice o di un codardo, ma quello di un uomo che scopre di essere stato una semplice pedina in un gioco infinitamente più grande di lui.

«Tu… tu non sei Mei,» mormorò Marco, indietreggiando di un passo verso la vetrata del balcone. «Loro mi avevano detto che avevi avuto un incidente… che avevi perso la memoria dopo il trauma…»

«Zitto, idiota!» ruggì l’uomo in abito scuro, rialzandosi con fatica e pulendosi il sangue dal labbro spaccato dal pugno di mio padre. Estrasse finalmente una pistola con silenziatore dalla fondina ascellare e la puntò senza esitazione contro la testa di mio padre, che si trovava ancora a terra. «Nessuno esce da questa stanza vivo, a parte la madre e il feto.»

«Papà, no!» gridai, cercando di strisciare verso di lui, ma una nuova contrazione mi bloccò, paralizzandomi il bacino.

In quel preciso istante, la voce metallica dall altoparlante del cellulare, ancora attivo sul pavimento accanto al mio orecchio, pronunciò una sola parola d’ordine: «Eclissi.»

A quella parola, un dolore lancinante, non fisico ma cerebrale, mi trapassò le tempie. Un lampo di immagini estranee mi travolse la mente a una velocità incontrollabile: addestramenti in strutture sotterranee, armi da fuoco, codici cifrati, e il volto dell’uomo con la valigetta che mi sorrideva dall’altra parte di un tavolo da interrogatorio, dieci anni prima. La mia mano non tremava più. Come guidata da un automatismo privo di qualsiasi controllo cosciente, la mia braccio si allungò verso il pavimento, afferrò una delle siringhe uscite dalla valigetta e la conficcò con precisione chirurgica nella caviglia dell’uomo armato.

L’uomo crollò a terra con un gemito soffocato, la pistola che gli sfuggiva di mano e rotolava verso il corridoio.

I due uomini sul pianerottolo estrassero le armi, ma prima che potessero varcare la soglia, le luci dell’intero palazzo si spensero contemporaneamente. L’oscurità assoluta avvolse l’attico, rotta solo dai bagliori bluastri dei lampi di un temporale che stava montando all’esterno.

Nel buio totale, sentii il rumore di passi rapidi e felpati avvicinarsi dalla porta d’ingresso, seguiti da due colpi soffocati e dal suono pesante di due corpi che cadevano inerte sul pianerottolo.

«Mei! Mia!» gridai nel buio, cercandola con le mani disperate. «Mia, dove sei?»

Una torcia tattica a luce verde si accese all’improvviso, illuminando il salone. La luce rivelò una figura alta, completamente vestita di nero, con un visore notturno sollevato sulla fronte. Non era uno degli uomini dell’organizzazione. Era una donna, con una profonda cicatrice che le tagliava la guancia sinistra.

Si avvicinò a me, ignorando Marco che tremava addossato alla vetrata e mio padre che cercava di rialzarsi. Si chinò al mio fianco, mi afferrò il polso e controllò il battito, per poi fissarmi direttamente negli occhi con un’espressione che mescolava urgenza e una drammatica familiarità.

«È finita la recita, Agente,» disse la donna con voce ferma, estraendo dal suo gilet tattico un piccolo iniettore automatico. «Dobbiamo portare via il bambino adesso. Il vero padre sta aspettando al punto di estrazione.»

Guardai la donna, poi guardai Marco, la cui figura era illuminata dai bagliori verdi della torcia.

«Il… vero padre?» sussurrai, mentre le forze cominciavano ad abbandonarmi.

La donna non rispose. Applicò l’iniettore sul mio collo e premette il stantuffo. Un liquido freddo mi entrò in circolo, e mentre la mia vista cominciava a spegnersi definitivamente, intravidi mio padre che raccoglieva da terra uno dei fogli chimici caduti dalla valigetta.

I suoi occhi si spalancarono nel leggere la prima riga del documento, prima che la sua voce rotta dal terrore risuonasse nell’aria come un’ultima, spaventosa rivelazione: «Mei… la bambina… Mia non è tua figlia.»

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