Parte 3: Fuga disperata, sconvolgenti rivelazioni familiari e il tradimento finale: Aria scopre la spaventosa verità dietro l’inganno di Matteo e della sua famiglia
Senza fiato, con il cuore che picchiava come un maglio contro le costole e le braccia strette intorno alla mia bambina, rimasi impietrita sul marciapiede. Lo sguardo di mio padre, nitido e privo di qualsiasi traccia di rimorso, si piantò nei miei occhi attraverso il vetro dell’atrio. Non c’era tempo per pensare, non c’era tempo per capire come fosse possibile che l’uomo di cui avevo pianto la scomparsa fosse lì, vivo, al fianco della donna che aveva appena cercato di massacrarci.
«Entra, Aria! Subito!» rimbombò la voce dell’avvocato De Santis dall’interno dell’auto.
Scivolai sul sedile posteriore nell’esatto istante in cui le porte a vetri del palazzo si spalancavano con violenza. Il guidatore affondò il piede sull’acceleratore, facendo stridere gli pneumatici sull’asfalto mentre il veicolo schizzava nel traffico cittadino. Mi voltai indietro a guardare dal lunotto: mio padre era fermo sul marciapiede, le mani infilate nelle tasche del cappotto, mentre Eleonora urlava qualcosa contro la nostra auto che sfrecciava via.
La bambina continuava a piangere, un suono sottile e disperato. Con le mani ancora tremanti le controllai le braccine e il viso; era illesa, ma la copertina bianca era macchiata del sangue di Matteo. Quel rosso scuro mi fece salire un nodo di pianto alla gola che soffocai a stento.
«Matteo… dobbiamo chiamare un’ambulanza, è ferito gravemente!» esclamai voltandomi verso De Santis, la voce incrinata dal panico. «Ha il vetro schienato, sua madre lo ha aggredito!»
L’avvocato non scompose la sua linea mascellare rigida. Estrasse un telefono dalla tasca interna della giacca e digitò un numero senza guardarmi. «Un’equipe medica privata è già sul posto. Entreranno dall’ingresso di servizio tra esattamente quaranta secondi. Matteo sarà curato, ma non può essere portato in un ospedale pubblico. Non oggi.»
«Di cosa sta parlando?» gridai, stringendo la piccola ancora più forte al petto. «Mio padre è vivo! L’ho visto con i miei occhi! E cosa c’entra la lettera di cui parlava Eleonora?»
De Santis riattaccò senza attendere risposta al telefono, poi girò lentamente il capo verso di me. Il suo sguardo era plumbeo. Passò una mano sulla pelle della cartelletta che teneva in grembo, la stessa cartelletta che mio marito aveva nascosto per settimane.
«Tuo padre non è mai morto, Aria. La sua scomparsa è stata pagata con il denaro della famiglia di Matteo cinque anni fa» disse con una calma agghiacciante. «E la lettera che tua suocera cerca non riguarda l’eredità. Riguarda te. Anzi, riguarda il motivo per cui sei stata scelta per sposare Matteo.»
Il mondo intorno a me sembrò perdere colore. L’aria all’interno dell’abitacolo divenne rarefatta, pesante come piombo. «Scelta? Io e Matteo ci siamo innamorati all’università…»
«Niente di ciò che è accaduto nella tua vita negli ultimi sette anni è stato casuale» la interruppe De Santis, aprendo con un gesto secco la zip della cartelletta. Estrasse un foglio ingiallito e me lo tese. «Tuo padre ha venduto la tua identità per coprire i debiti del suo fallimento. E Eleonora non è tua suocera. È tua madre biologica.»
Un brivido glaciale mi percorse la colonna vertebrale, bloccandomi il respiro in gola. Le mie dita sfiorarono il foglio, ma non me ne diede il tempo: il conducente sterzò bruscamente a destra, facendoci sbalzare di lato. Un SUV nero con i vetri oscurati tagliò la strada alla nostra berlina, impattando contro il cofano anteriore con un boato sordo di metallo accartocciato.
L’impatto fu violento. L’airbag laterale si gonfiò con un botto sordo, accecandomi per un secondo. Tra il fumo bianco e l’odore pungente di polvere da sparo, sentii il pianto della bambina farsi ancora più acuto. De Santis imprecò a bassa voce, cercando di riprendersi dall’urto, ma la portiera dal suo lato venne spalancata dall’esterno con una forza disumana.
Un uomo alto, con il volto coperto da un passamontagna scuro, afferrò l’avvocato per il colletto e lo trascinò fuori dall’auto senza alcuno sforzo. Rasi al suolo ogni tentativo di difesa, De Santis cadde a terra sull’asfalto.
Rimasi bloccata sul sedile, il terrore che mi bloccava le gambe. L’aggressore si sporse all’interno dell’abitacolo danneggiato, ma non cercò la cartelletta, né tantomeno cercò me. I suoi occhi, visibili attraverso la fessura della stoffa nera, si posarono direttamente sulla neonata che stringevo tra le braccia.
«Dammela» disse con una voce metallica, alterata da un distorsore vocale.
«No! A costo della vita, no!» urlai, curvandomi su di lei per fare da scudo con il mio stesso corpo.
L’uomo non esitò. Estrasse dalla tasca una siringa con un liquido trasparente e la puntò verso la mia spalla. Prima che potessi reagire, una figura si scagliò contro di lui dall’esterno, spingendolo via dal vano della portiera. Era il conducente della nostra auto, che lottava disperatamente per darmi una via di fuga.
«Corri, Aria! Prendi la borsa sotto il sedile!» gridò l’autista prima di essere travolto da un secondo uomo armato.
Afferrai al volo una piccola sacca di pelle nera incastrata vicino ai miei piedi e mi spinsi fuori dalla portiera opposta, cadendo sulle ginocchia sul marciapiede bagnato. Mi rialzai d’impulso, senza guardarmi indietro, infilandomi in un vicolo stretto tra due palazzi commerciali.
Il cuore mi martellava nelle orecchie mentre i miei piedi nudi si ferivano contro il pietrisco e i vetri della strada. La bambina aveva smesso di piangere, esausta, e il suo respiro debole sulla mia pelle era l’unica cosa che mi teneva ancorata alla realtà. Raggiunsi il fondo del vicolo, trovandomi di fronte a un muro cieco di mattoni rossi. Eravamo in trappola.
Mi voltai di scatto con le spalle al muro, pronta a lottare con le unghie e con i denti. Nessuno mi stava inseguendo a piedi.
Con le mani tremanti e il fiato corto, aprii la sacca di pelle che l’autista mi aveva detto di prendere. All’interno non c’erano soldi, né documenti di viaggio. C’era soltanto un piccolo monitor professionale collegato a una microcamera a circuito chiuso in tempo reale.
Sullo schermo illuminato appariva la stanza dell’attico da cui ero fuggita pochi minuti prima.
Matteo non era steso a terra dissanguato. Era in piedi, perfettamente eretto, senza alcuna traccia di ferite sulla schiena. Stava ripulendo con cura le proprie mani macchiate di falso sangue con una salvietta imbevuta, mentre di fronte a lui Eleonora gli porgeva un telefono satellitare.
Poi, l’audio del monitor si attivò, e la voce di mio marito risuonò nitida e fredda attraverso lo altoparlante: «Aria ha preso l’esca. Dite a suo padre che il piano procede esattamente come previsto.»